Neviìm

I Neviìm (o libri dei profeti) sono la continuazione della storia del popolo di Israele, dalla morte di Mosè fino alla costruzione del secondo Beth Hamikdash (il Santuario di Gerusalemme). Sono di solito divisi in Neviìm Rishonim (i Profeti anteriori o Libri storici) e Neviìm Acharonim (i Profeti posteriori o Libri profetici). Sono libri di genere storico e in essi appaiono numerosi profeti in veste di consiglieri di corte e non di "scrittori".

Elenco dei libri

Qui di seguito si fornisce una lista dei nomi ebraici (a sinistra) con relativa traduzione italiana

Profeti anteriori:

Profeti posteriori:

Il numero totale dei libri è 21, tuttavia la tradizione ne conta solo 10 in quanto 12 libri profetici sono considerati come uno solo perché considerati profeti minori (Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Nahum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria e Malachia).

Neviìm Rishonim

Yehoshua (Giosuè)

È il primo fra i libri dei profeti e trae il nome dalla seconda guida del popolo ebraico, Yehoshua Bin Nun, discepolo di Mosè. Il libro tratta dell'ingresso e dell'insediamento delle dodici tribù in terra d'Israel.

Yehoshua appartiene alla tribù di Efraim.

Shoftim (Giudici)

L'autore, secondo il Midrash, è il profeta Shmuel. I giudici sono degli uomini (e una donna) il cui incarico consiste nel creare compromessi tra Hashem e il suo popolo. Le vicende si susseguono nell'ordine seguente: il popolo si lascia trasportare dalla corrente idolatrica, provocando la collera di Hashem che scatena una guerra contro un popolo nemico. A questo punto appare un salvatore - il shofet - che, grazie a un successo militare, riporta momentaneamente alla normalità la fino ad allora precaria situazione. I shoftim detengono quindi il potere militare, il potere politico e quello giuridico. Sono sempre profeti. Il periodo dei shoftim si situa tra la morte di Yehoshua e la gioventù di Shmuel. Il libro copre un'epoca di circa due secoli (1250-1040 a.C.) benché, sommando le indicazioni cronologiche che vi sono contenute, si possa arrivare a un totale di 410 anni. Certi giudici, infatti, agirono contemporaneamente. Per quanto riguarda alcuni di loro, il testo ci fornisce ben poche indicazioni. Ad altre figure vengono invece dedicati capitoli interi. Si tratta di Dvorà (Debora, cap. 4-5), Ghidon (Gedeone, cap. 6-8), Yiftach (Iefte, cap. 11-12) e Shimshon (Sansone, capp. 13–14).

Shmuel I e II (Samuele)

Il libro traccia la storia del popolo d'Israel dalla nascita di Shmuel alla fine del regno di David.

Anche Shmuel è della tribù di Efraim.

Melachim I e II (Re)

Il libro, diviso in due parti, narra la storia dei regni di Yehudà e di Israel dalla morte di David all'esilio babilonese.

Neviìm Acharonim

Non sono libri storici, bensì una raccolta di discorsi in stile poetico. Storicamente, sono situati tra l'VIII e il V secolo a.C.

Yeshayà (Isaia)

Membro di una famiglia aristocratica, Yeshayà cominciò l'attività profetica dopo la morte del re Uzzià (VIII secolo a.C. circa), durante i regni di alcuni sovrani del regno di Yehudà, fra cui Chizkiyà. Attivo nella vita politica, in particolar modo durante la guerra contro l'impero assiro e al momento in cui le tribù d'Israel furono sconfitte e sottomesse dall'invasore, Yeshayà si mostrò intransigente nei confronti dei re che avevano ceduto all'idolatria e che avevano trascinato con sé anche il loro popolo. Il suo libro si conclude però con un messaggio positivo: malgrado i peccati dei re, il popolo d'Israel non verrà mai distrutto. Il libro di Yeshayà, la più lunga opera profetica (66 capitoli), può essere suddiviso in tre parti: 1) capp. 1–35: insieme di profezie e di visioni riguardanti Yehudà e Israel (capp. 1–13) e le altre nazioni (capp. 13– 35), seguite dal resoconto degli eventi storici in corso (capp. 36–39; cf Re II 18-19); 2) capp. 40–55: il profeta consola Israel promettendo che la nazione rifiorirà grazie all'editto di Ciro (538 a.C.), il quale in futuro autorizzò i sudditi del regno di Yehudà a ritornare in patria e a ricostruire il Tempio distrutto da Nevuchadnetzar; 3) capp. 56–66: in quest'ultima parte - dove si intrecciano salmi, profezie e rimproveri - è espressa la promessa messianica dell'unione di tutte le nazioni attorno a Gerusalemme.

Yeshayà vive nel Regno di Giuda ed è un discendente della Tribù di Levi

Yirmeyà (Geremia)

Nacque tra il 648 e il 638 a.C. Lui stesso fornisce alcune indicazioni sulle proprie origini: discende da una famiglia di cohanim (sacerdoti) e la sua attività profetica inizia nel tredicesimo anno del regno di Yoshyiahu. Sappiamo che profetizzò per circa quarant'anni, breve periodo di indipendenza del popolo ebraico, compreso tra l'asservimento all'impero assiro e la conquista babilonese. Yirmeyà visse in prima persona gli sconvolgimenti politici della regione, che precedettero il suo viaggio in Egitto, nel momento in cui il popolo veniva esiliato in Babilonia. Fu un fervente sostenitore della politica di sottomissione a Nevuchadnetzar, il re di Babilonia, in quanto consapevole dell'impossibilità di respingere e sconfiggere le sue truppe. Non venne però ascoltato da re Tzidkiyahu, che preferì aderire alla lega antibabilonese segnando il destino del suo popolo: Gerusalemme cadde infatti in mano nemica nell'anno 586, dopo un lungo assedio. Il libro di Yirmeyà può essere suddiviso in quattro parti. La prima, che va dal primo al ventesimo capitolo, segue sommariamente l'ordine cronologico degli avvenimenti storici in corso e illustra le reazioni del profeta allo svolgersi dei fatti. Nella seconda parte (capp. 21–29) leggiamo gli oracoli contro le nazioni, con le polemiche sui cohanim e sui falsi profeti che si fondono e si intrecciano. La terza sezione (capp. 30–45) comprende una serie di profezie relative al periodo precedente la caduta di Gerusalemme. Infine, la quarta e ultima parte (capp. 46–52) è composta da un certo numero di profezie in forma poetica contro i nemici del popolo ebraico: Egitto, i Filistei, Moav, Ammon, Damasco, Elam, Babilonia..

Geremia fu Kohen.

Yechezkel (Ezechiele)

Membro di una famiglia di cohanim e contemporaneo di Yirmeyà, fece parte della prima ondata di deportati in Babilonia (nel 597, ovvero undici anni prima della presa di Yerushalayim). Fu quindi fuori da Israele che Yechezkel pronunciò le sue profezie durante ventidue anni, tra il 593 e il 571 a.C. Fu considerato la guida spirituale degli ebrei esiliati. Yechezkel dedicò particolare attenzione alla necessità di riaffermare il principio di responsabilità individuale di fronte alla giustizia divina e al valore del pentimento, tramite il quale l'uomo può rigenerarsi e trasformarsi in un'altra persona. Dopo la distruzione del Tempio mutò il suo atteggiamento nei confronti del popolo il quale, ora che le sue profezie sulla distruzione del Santuario si erano avverate, si mostrava più disposto ad ascoltare le sue parole. Il libro di Yechezkel può essere suddiviso in quattro sezioni: la prima (capp. 1–24) raggruppa le profezie sulla caduta e la distruzione di Gerusalemme; seguono (capp. 25–32) quelle contro i sette popoli nemici d'Israel. Nella terza parte (capp. 33–39), ispirata dalla sconfitta di Gerusalemme, leggiamo in particolare la magnifica visione delle "ossa disseccate" (cap. 37), che simboleggia il ritorno degli esuli riportati in vita dal soffio divino. La quarta sezione descrive la situazione futura del popolo: il Tempio ricostruito, il culto riorganizzato e la suddivisione ideale futuro della terra d'Israele.

Libro dei Dodici Profeti

Il titolo originale è Tre Assar, che in aramaico significa appunto dodici. Sono conosciuti anche come Profeti Minori, poiché gli scritti sono molto più brevi di quelli dei profeti maggiori. Ovadyà, per esempio, ha un solo capitolo. L'insieme dei dodici libri forma una sola unità. Questi profeti vissero durante il periodo segnato dalla caduta del regno di Yehudà e alcuni erano contemporanei.

Hoshea (Osea)

Non abbiamo molte informazioni sul suo conto. Vive ai tempi di Uzzià e Achaz, entrambi re di Yehudà, ed è quindi contemporaneo dei profeti Yeshayà, Michà e Amos (VIII secolo a.C.). Inizia la sua attività profetica durante gli ultimi anni del regno di Yerovam II e ha senza dubbio assistito alla caduta di Shomron. Le sue profezie sono indirizzate a Israel e mai a Gerusalemme. Come i suoi contemporanei, anche lui deve combattere contro l'idolatria, la corruzione dei capi e dei cohanim, e affrontare i problemi politici dovuti ad alleanze strette con re stranieri poco apprezzati da D-o. Hosheà vede il rapporto tra D-o e il popolo come quello esistente tra marito e moglie: Israel è simboleggiato da una donna che tradisce il marito, dal quale è amata teneramente. Il marito, ferito nei suoi sentimenti, ripudia la compagna infedele; ma appena lei gli manifesta il suo pentimento, egli l'accoglie a braccia aperte. Allo stesso modo, D-o manda in esilio il popolo punendolo per le sue malefatte, ma quando si ravvede e supplica di essere perdonato, Egli lo accoglie nuovamente con amore nella sua terra.

Yoel (Gioele)

Non abbiamo alcun dato biografico sul suo conto; alcuni lo collocano al tempo di Ezrà (Esdra), durante l'esilio babilonese, e forse è anche contemporaneo di Chaggay (520 a.C.). Secondo un'opinione riportata nel Talmùd sarebbe invece figlio del profeta Shmuel. Nei primi tre capitoli l'opera narra di un'invasione di cavallette, segno dell'ira di D-o, che ridusse un paese in miseria. I suoi abitanti vengono ripetutamente incitati a redimersi. In seguito viene descritto il giorno in cui D-o giudicherà i popoli, al quale sopravviveranno solo coloro che l'avranno riconosciuto come unico e vero Dio.

Amos

Contemporaneo di re Yerovam II, è il più anziano fra i profeti-scrittori e precede di poco Hoshea. Le sue visioni esprimono una critica insieme politica, sociale e religiosa e annunciano le peggiori disgrazie che colpiranno il popolo in caso non si penta dei suoi peccati. Conclude con la visione messianica del popolo riunito in terra d'Israel. Il libro può essere suddiviso in cinque parti. Capp. 1–2: profezie di castigo contro i vari popoli; capp. 3–4: Israel ha maggiori responsabilità e D-o continuerà a punirlo fino a che non si pentirà; capp. 5–6: terza serie di oracoli; capp. 7,1 - 9,6; visioni della prossima distruzione; capp. 9,7 - 15: Israel purificato goderà di un futuro felice.

Ovadyà (Abdia)

Si sa ben poco sulle sue origini e sulla sua provenienza. Secondo alcuni pareri si tratta di un certo Ovadyà citato in Melachim I (18, 3 e sgg.), ossia un proselita idumeo. Secondo altri, invece, questo profeta visse all'epoca della distruzione di Yerushalayim (586 a.C.) e fu quindi contemporaneo di Yirmeyà. Il libro è un'unica profezia contro il popolo di Edom, che verrà annientato a causa del suo odio e della sua malvagità nei confronti di Israele.

Yonà (Giona)

Non si tratta esattamente di una profezia ma piuttosto di un Midrash. Il libro, a differenza degli altri Profeti Posteriori, è scritto in prosa e non in poesia. Non si conosce esattamente l'identità dell'autore ma si crede che si tratti di un discendente dello stesso profeta, il quale alla narrazione aggiunse un insegnamento morale per l'umanità. Secondo alcuni pareri, la vicenda risale all'epoca ellenistica. La storia è la seguente: Yonà, incaricato da Dio di incitare la città di Ninive al pentimento, fugge su una nave ma viene ingoiato da un grosso pesce e resta al suo interno per tre giorni. Ascoltando le sue preghiere, Dio decide di salvarlo e il pesce lo getta a riva. A questo punto Yonà accetta di compiere la sua missione. Si reca a Ninive i cui cittadini ascoltano le sue profezie, si pentono dei loro peccati e vengono perdonati. Yonà protesta contro questa clemenza e riceve da Dio una piccola lezione che gli insegna a essere più comprensivo nei confronti degli altri esseri umani.

Il Profeta Giona discende dalla tribù di Zabulon da parte di padre e da quella di Aser da parte di madre.

Michà (Michea)

Benché non si abbiano molti dati biografici sul suo conto, sappiamo che è contemporaneo di Amos, di Hoshea e di Yeshayà e come quest'ultimo profetizza entro i confini del regno di Yehudà. Michà rivolge i suoi rimproveri ai potenti che opprimono il popolo, ai giudici che si lasciano corrompere, ai cohanim ormai strumento dei più forti e ai falsi profeti, che con parole blasfeme ingannano e confondono il popolo. Michà annuncia la punizione di Shomron e minaccia Gerusalemme della medesima sorte. Nel quarto capitolo, Dio dialoga con il popolo rimproverandolo per la sua ingratitudine; esso vorrebbe espiare la propria colpa e allora il profeta gli ricorda che la giustizia e l'osservanza dei precetti sono l'unica pretesa di Hashem.

Nachum (Naum)

Pochi i dati biografici sul suo conto. Si suppone provenisse dalla città di Elcosh, forse vicino a Ninive. Nachum sarebbe stato un esule delle dieci tribù. La sua attività profetica viene situata tra il 661 e il 612 a.C. Il libro inizia con un salmo e continua con delle minacce rivolte alla città di Ninive. Dio punirà i malvagi (gli Assiri) e ricompenserà i giusti (Israel). Il libro è stato senza dubbio scritto prima della caduta di Ninive.

Chavakuk (Abacuc)

Del profeta non si possiedono dati storici né biografici; secondo una tradizione talmudica, però, sarebbe stato contemporaneo del profeta Nachum, al tempo di re Menashè (692-597 a.C.). Chavakuk annuncia l'invasione caldea nel regno di Yehudà, maledice l'oppressore e conclude con una bellissima preghiera nello stesso stile dei Tehillim.

Tzefanyà (Sofonia)

È contemporaneo di re Yoshiyahu (circa 640-609 a.C.), ma scrive prima della riforma religiosa operata dal sovrano. Annuncia la punizione che subiranno gli abitanti di Gerusalemme a causa dell'idolatria, profetizza sul Giorno del Giudizio ma conclude con espressioni di speranza nel ritorno degli esuli pentiti.

Chagga'y (Aggeo)

È un profeta del periodo postesilico (scrive nel 520 a.C.). Invita alla costruzione del Tempio, che deve essere sia materiale che spirituale.

Zecharyà (Zaccaria)

Membro di una famiglia di cohanim, è contemporaneo di Chaggay. Il libro può essere suddiviso in due parti: nella prima (capp. 1–8) sono descritte visioni apocalittiche e citati i suoi oracoli. Nella seconda (capp. 9–14) vi sono delle profezie riguardanti tutte le nazioni e i tempi messianici, dei quali Zecharyà ci fornisce una visione universalistica (tutte le nazioni riunite attorno al popolo ebraico e a D-o).

Malachì (Malachia)

Il libro consiste in un susseguirsi di discussioni fra il profeta e il popolo. Il Tempio è ormai ricostruito ma la situazione, dal punto di vista spirituale, è ancora precaria e instabile a causa della mancanza di cohanim. I matrimoni misti (siamo poco prima della riforma di 'Ezra') e i divorzi facili sono criticati. Ma il Giorno del Giudizio arriverà, portando con sé espiazione e purificazione.

Innumerevoli altri profeti

Secondo la tradizione ebraica vi furono tantissimi altri veri profeti ebrei non ricordati nei testi (vedi II Cronache 33,18), con ciò non riferendosi a chi fu dotato solo del Ruach haQodesh.

Voci correlate

Collegamenti esterni

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Chaim Joseph David Azulai

Haim Yosef David Azulai, ben Isaac Zerachia (ebraico: חיים יוסף דוד אזולאי, comunemente noto come Hida, dall'acronimo del suo nome, חיד"א), (Gerusalemme, 1724 – Livorno, 1806), è stato un filosofo, rabbino e teologo italiano, noto bibliofilo e pioniere della pubblicazione delle Scritture religiose ebraiche.

Efraim (tribù)

Efraim è una tribù israelitica che prende il nome dal secondo figlio di Giuseppe, che Giacobbe, suo nonno, adottò in punto di morte per dargli la sua parte di eredità.

Giuseppe ebbe due figli, Manasse, il primogenito, ed Efraim, il minore. Ma Giacobbe, come racconta Genesi 48,12-14, scelse quest'ultimo per dargli in eredità la primogenitura.

Ma Efraim è anche una tribù molto numerosa, tra le dodici di Israele. Infatti, per indicare il Regno del Nord, diviso da quello della sola tribù di Giuda, molto spesso le Sacre Scritture usano Efraim come sinonimo di Israele (mentre in Apocalisse 7,8 si utilizza "Giuseppe" invece di "Efraim"; la lettura di questo testo risulta proibita per l'Ebraismo secondo l'Halakhah).

Dopo la secessione dei due regni, lo stato settentrionale perse pian piano la saldezza della propria fede monoteistica, accogliendo i culti cananei.

I vari profeti che si sono nel tempo succeduti nel territorio di Israele prevedono la distruzione di "Efraim", cioè del regno del Nord, oppure usano tale disgrazia per sottolineare la necessità di una fede pura in JHWH, per salvare il resto di Israele.

Ma, anche, sperano in un ritorno del figliol prodigo alla tenda del padre.

Da Efraim sono nati personaggi illustri, come Giosuè, colui che ha guidato il popolo d'Israele attraverso l'Esodo alla Terra promessa, e Samuele, ultimo giudice e protoprofeta in Israel.

Esegesi ebraica

In filologia l'esegesi (in greco: ἐξήγησις [ek'sɛgɛsis]) è l'interpretazione critica di testi finalizzata alla comprensione del significato. Nell'ebraismo forme tradizionali di esegesi ebraica appaiono in tutta la letteratura rabbinica, che include la Mishnah, i due Talmud e la letteratura midrashica.

Gli esegeti ebraici hanno il titolo di meforshim (commentatori).

Un testo sacro non può far da guida di per sé stesso. Deve esser letto e tutto il leggere è interpretazione. La Torah gode di uno status privilegiato come "Parola del Signore" rivelata a Mosè sul Monte Sinai. Una legge si considera biblica solo se deriva da un verso dei cinque libri della Tora (il Pentateuco). Il festival di Purim, poiché si basa unicamente sul Libro di Ester, viene classificato come un'istituzione rabbinica, non biblica.Tre presupposti governano l'interpretazione del testo biblico:

Il testo è privo di errori e di incongruenze. Dio non commette errori! Contraddizioni apparenti possono esser risolte da una interpretazione corretta, sebbene non sempre si sappia quale sia.

Il testo è privo di ridondanze. Alcune leggi vengono ripetute - per esempio, il Deuteronomio rivisita temi già esaminati in libri precedenti - ma la formulazione precisa rivela sempre un qualche nuovo aspetto.

Il testo è integrale, contenendo tutto ciò che uno deve sapere (non necessariamente "tutto il sapere", sebbene ci siano stati rabbini che hanno affermato anche questo).Questi tre presupposti si applicano solo alla Torah. Il resto della Bibbia ebraica - Profeti e Agiografi - si reputa libero da errori ma non da ridondanze, non può creare halakhah ma solo chiarirla.Il Bavli non tratta il testo della Mishnah o altre opere tannaitiche come "stabili e fisse" al pari della Bibbia ma come deposito di leggi che possono essere corrette se ce n'è bisogno; propone emendamenti per chiarire, per evitare inconsistenze o per stabilire la versione corretta della legge. Gli Amoraim a volte dicevano di un testo della Mishnah, m'shabeshta hi (è sbagliato). Amoraim successivi generalmente assumono che i Tannaim non abbiano preservato dichiarazioni superflue, sebbene siano disposti ad ammettere che in qualche occasione "Rabbi incluse una Mishna superflua". David Weiss Halivni nota che termini tecnici comuni, come hakhi qa‘amar ("questo è ciò che intende dire") o eima ("Potrei dire"), "oscillano tra emendamento e spiegazione" e descrive un procedimento per "estrarne l'interpretazione", che gli Amoraim usavano per limitare l'applicazione di una dichiarazione mishnaica ad un certo contesto o caso particolare.

Giuda (tribù)

Giuda è una delle dodici tribù di Israele, tra le più importanti e popolose. Prende il nome da Giuda, quarto figlio di Giacobbe, uno dei Padri dell'Ebraismo ed eroe eponimo del popolo di Israele. Il colore principale rappresentante della tribù di Giuda è soprattutto l'azzurro.

Il quarto figlio di Giacobbe, di nome Giuda, non è da confondere con Giuda Iscariota, uno degli apostoli di Gesù.

Giuntina

La Giuntina è una casa editrice italiana, fondata nel 1980 da Daniel Vogelmann, socio unico della casa editrice a forma di società a responsabilità limitata, e figlio di un sopravvissuto al Campo di concentramento di Auschwitz, Schulim Vogelmann.

Ketuvim

La raccolta del Kethubhiìm (Ketuvìm, pronuncia dell'ebraico כתובים, in italiano Scritti o raramente Agiografi) è composta da tredici libri del Tanakh della Bibbia ebraica (cfr Canone della Bibbia). Comprende scritti di varie categorie: salmi, libri di saggezza, annali storici.

Letteratura ebraica

La letteratura ebraica (ספרות עם ישראל) fa riferimento a opere scritte da ebrei su temi ebraici, opere letterarie di vari temi scritti in lingua ebraica, o opere letterarie in altre lingue scritte da scrittori ebrei. La letteratura antica ebraica comprende letteratura biblica e letteratura rabbinica. La letteratura ebraica medievale include non solo la letteratura rabbinica ma anche etica, letteratura filosofica, letteratura mistica, varie altre forme di prosa tra storia e finzione, e varie forme di poesia e di varietà sia religiosi che laici. La produzione di letteratura ebraica è fiorita con l'emergere moderno dell'Ebraismo secolare. La moderna letteratura ebraica ha incluso la letteratura Yiddish, letteratura ladina (giudeo-spagnola), letteratura ebraica (soprattutto letteratura israeliana), e letteratura ebraica americana.

Moed

Moed (ebraico: מועד) ("Festività") è il secondo Ordine della Mishnah, che è la prima registrazione scritta della Torah orale del popolo ebraico (insieme, successivamente, alla Tosefta e al Talmud). Dei sei ordini della Mishnah, Moed è il terzo più breve. L'ordine di Moed è composto da 12 trattati:

Shabbat: o Shabbath (שבת) ("Sabato") esamina le attività proibite durante lo Shabbat (39 proibizioni del "lavoro"). 24 capitoli.

Eruvin: (ערובין) ("Collegamenti/Mescolanze") tratta dell'Eruv o obbligo sabbatico - una categoria di costruzioni/delimitazioni che alterano i confini dello Shabbat per il trasporto e i viaggi. 10 capitoli.

Pesachim: (פסחים) ("Pasque") esamina le offerte con le prescrizioni della Pesach e del sacrificio pasquale. I primi quattro capitoli riguardano le leggi del chametz, i capitoli 5-9 discutono le leggi dell'offerta dell'agnello pasquale e il decimo e ultimo capitolo trattano dell'ordine del Seder di Pesach e della legge dei doppi. 10 capitoli.

Sheqalim: (שקלים) ("Sicli") esamina la raccolta dei mezzi-sicli come anche le spese del Tempio. 8 capitoli.

Yoma: (יומא) ("Il Giorno"); chiamato anche "Kippurim" o "Yom ha-Kippurim" ("Giorno dell'Espiazione") tratta delle prescrizioni di Yom Kippur, specialmente la cerimonia del Kohen Gadol. 8 capitoli.

Sukkah: (סוכה) ("Capanne"); tratta della ricorrenza di Sukkot (la Festa dei Tabernacoli) e della Sukkah stessa. Esamina anche le Quattro Specie (Lulav, Etrog, Hadass, Aravah—Ramo di palma, cedro, mirto, salice) che vengono intrecciati in Sukkot. Sono incluse discussioni specifiche sulla Sukkah (capanna) nella quale si deve stare durante Sukkot; le leggi relative alle Quattro Specie citate, con le relative preghiere; la celebrazione dell'acqua raccolta (in ebraico: שמחת בית השואבה, Simhat Beit Ha-Sho'evah ‎?) che si svolse presso il Tempio di Gerusalemme nella notte di Sukkot. 5 capitoli.

Betzah: (ביצה) ("Uovo"); (chiamato così per la prima parola ma intitolato originalmente secondo il tema: Yom Tov - "Festività") esamina principalmente le regole da osservarsi durante Yom Tov. 5 capitoli.

Rosh Hashanah: (ראש השנה) ("Capo d'anno") esamina soprattutto le regole del calendario secondo la luna nuova e i servizi liturgici della ricorrenza di Rosh Hashanah. 4 capitoli.

Ta'anit: (תענית) ("Digiuno") tratta essenzialmente dei giorni speciali di digiuno nei periodi di siccità o altre situazioni difficili. 4 capitoli.

Megillah: (מגילה) ("Rotolo") contiene principalmente le regole e prescrizioni in merito alla lettura del Rotolo di Ester durante Purim e la lettura di altri passi della Torah e dei Neviìm in sinagoga. Include anche le leggi sulla lettura pubblica della Torah e altre pratiche comunitarie. C'è anche una sezione nel primo capitolo che discute di alcune leggi generiche. 4 capitoli.

Mo'ed Katan: (מועד קטן) ("Piccola Festa") esamina Chol HaMoed, i giorni festivi intermedi di Pesach e di Sukkot. 3 capitoli.

Hagigah: (חגיגה) ("Offerta Festiva") esamina i Tre Festival di Pellegrinaggio (Pesach, Shavuot, Sukkot), definite Shalosh Regalim, e le offerte di pellegrinaggio che gli uomini devono portare a Gerusalemme. Nel mezzo del secondo capitolo il Talmud esamina gli argomenti sulla purezza rituale; il resto del capitolo contiene molta aggadah, descrivendo la creazione e la Merkavah. 3 capitoli.Il Talmud gerosolimitano ha una Gemara per ciascuno dei trattati mentre nel Talmud babilonese manca solo quello dello Shekalim. Tuttavia nella maggior parte delle edizioni stampate del Talmud babilonese viene inclusa la Gemara gerosolimitana dello Shekalim.

Nel Talmud babilonese i trattati dell'Ordine Mo'ed sono codificati come segue: Shabbat, 'Erubin, Pesachim, Beitzah, Hagigah, Mo'ed Katan, Rosh ha-Shanah, Ta'anit, Yoma, Sukkah, Sheqalim, Megillah; mentre la sequenza dello Yerushalmi è: Shabbat, Eruvin, Pesachim, Yoma, Sheqalim, Sukkah, Rosh ha-Shanah, Beitzah, Ta'anit, Megillah, Hagigah, Mo'ed' Katan.

Durante le Festività alcuni usano imparare il Trattato in quest'Ordine, che ragguaglia sulle leggi di ogni rispettiva ricorrenza (per esempio, imparano il Trattato Rosh Hashanah nella festa di Rosh Hashanah).

Nome ebraico

I nomi ebraici sono nomi che hanno origine nella lingua ebraica, aramaica, e araba, e tradizionalmente dal Tanakh (Bibbia ebraica). Sono nomi usati soprattutto da persone che vivono in parti del mondo con predominanza ebraica o cristiana, sebbene alcuni nomi vengano adattati anche in alcuni contesti islamici, specialmente se un nome ebraico è citato nel Corano. Quando i musulmani che parlano ebraico danno un nome, non usano nomi specificamente cristiani o ebraici, ciò dipendendo anche dalla pronuncia o dall'uso etimologico od omofono.

A causa della loro origine molto antica, i nomi presenti nei libri composti in ebraico, attraversando secoli, civiltà diverse e lingue con alfabeti e grammatica profondamente diversi, hanno subito forti modifiche alla fonetica, a volte perdendo anche il legame con l'etimologia e il significato di origine. Un aspetto integrale della cultura ebraica è il legame, quasi sostanziale, tra la parola e la cosa: nella stessa Bibbia i nomi di Dio, di Gesù, degli angeli e dei demoni sono la principale e più sintetica fonte di informazione sul fine e sul modo immutabili che dirigono la loro opera verso il genere umano e verso la natura, orientata al pro o contro Dio Creatore. Anche per gli uomini e donne della Bibbia il nome è spesso rivelatore e profetico, oltre ad avere il suo valore storico di nome proprio di persona realmente utilizzato dai contemporanei. Il nome ha tale importanza che nello stesso capitolo (Luca 1) non Giuseppe e Zaccaria secondo l'uso secolare della legge mosaica, ma l'angelo stesso rivela a Elisabetta e a Maria i nomi scelti da Dio per i loro figli, Gesù e Giovanni, una notizia all'interno di un messaggio fatto di pochissime parole contate.

Cristianità e Islam hanno un comune nome di Dio (El, Elohim, Allah) di cui sono figli spirituali, un comune nome degli angeli (da El derivato), hanno un comune testo sacro biblico, e si proclamano figli di Abramo mediante Ismaele o mediante Giacobbe e i suoi dodici figli: un legame di spirito e di sangue con la religione ebraica, e per la diffusione del popolo ebraico in tutto il mondo, è un uso molto comune dare un nome ebraico al neonato durante il rito che lo presenta alla comunità dei credenti (per i cristiani è il battesimo), e tale nome è poi riconosciuto anche dalla autorità statale, divenendo quello che la persona porterà per tutta la vita.

Tuttavia, come detto all'inizio, nell'islam questa tradizione è poco diffusa: progenitori, compagni (anche non arabi), figli e discendenti del Profeta hanno nomi arabi, ma non nomi di Ḥanīf (precursori, padri spirituali) comuni con l'Ebraismo e la Cristianità. La Bibbia è oggetto di fede nell'islam, è tradotta in arabo e di conseguenza anche i nomi ebraici esistono da secoli in lingua araba. Per l'importanza che ha il nome proprio nella cultura ebraica e nella cultura araba, oltre alla devozione religiosa presente per questi nomi biblici, un dato più rilevante è quanto di frequente questi nomi biblici siano poi scelti anche come nome proprio di persona.

Non tutti i nomi ebraici sono strettamente di origine ebraica; certi nomi possono essere stati presi da altre lingue (cfr Mosè e Popolo ebraico) in tempi antichi, tra cui l'egiziano, aramaico, fenicio, greco, latino, arabo, spagnolo, tedesco e inglese.

Spesso vengono utilizzati anche nomi di più facile riconoscimento od utilizzo per i non ebrei, comunque sempre originariamente ebraici (cfr Ghiur, Messia, Teshuvah e Tannaim o Neviìm).

Secondo un'antica tradizione, il nome dei nascituri viene rivelato anche ai genitori da Dio (cfr Popolo d'Israele).

I nomi biblici sono composti da una sola parola, in onomastica detta mononimo.

Essa ha un significato in lingua madre, spesso dato dall'unione (in fonetica, crasi) di due brevi parole comuni: esempio Emmanuele,"Dio-con-noi", nome attribuito a Gesù Cristo Dio.

Come in lingua greca antica i nomi propri sono mononimi, con l'aggiunta di un patronimico. Spesso il mononimo, il nome vero e proprio, è un teoforico, un nome in onore di Dio, ottenuto dall'unione di un nome di Dio in suffisso al nome di una qualità umana:

come il suffisso אל -el/-al, a formare i nomi di מיכאל Michele e גבריאל Gabriele, in onore di Elohim (in radice di El).

come il suffisso Tetragrammaton: le abbreviazioni più comuni fra gli Ebrei sono יה -yāh/-iyyāh e יהו -yāhû/-iyyāhû/-ayhû, a dormare nomi come ישׁעיהו Isaiah, Yəšaʻªyāhû (Isaia), צדקיהו Zedekiah, Ṣiḏqiyyāhû (Zedechia) e שׂריה Seraiah, Śərāyāh. Gran parte della cristianità preferisce suffissi più brevinella traduzione della Bibbia in lingue moderne: in primo luogo il suffisso greco-ιας -ias trasmesso all'inglese -iah, che generano nomi propri come Τωβιας Tōbias (Tobia, Tobi), e Ιερεμίας Ieremias (Geremia profeta; e in inglese: Jeremiah, Jeremy).

frasi in onore di Dio, pur prive di un suo nome proprio:

nomi legati alle circostanze miracolose della nascita, opera anche dell'intervento divino: ראובן Rəʼûḇēn (trasl. Reuben, it. Ruben), "Vedere un figlio.", e Mosè (salvato dalle acque),

l'ebraico טוביהו Ṭôḇiyyāhû (Tobia) significa appunto "Il bene è il (è proprio del) Signore", forse l'unica eccezione a una regola fissa per la quale Jahvè è il nome di un Dio che nell'Antico Testamento non si può nominare, non si può imitare nell'arte, e tantomeno si può predicare con qualche qualità umana: egli è Signore e Re, e di sé dice soltanto io sono colui che sono.Alcune parole o concetti importanti di derivazione ebraica, che si ritrovano anche nei nomi: Ben (patronimico: "figlio di", equivalente di "Bar"), Barekhu (lett. benedizione liturgica, che introduce la lettura nella sinagoga, e alcuni momenti della liturgia delle ore), Binà (intelletto), Chassid (lett. pio, chassidismo), dibbuq (lett. "possessione": demone ovvero anima di una persona morta che inabita un vivo, associato al vampiro), Gòlem (materia o massa senza forma; essere di creta animato dal soffio divino), Keneset ha-ghedoà (assemblea di 120 anziani del popolo al tempo di Esdra e Neemia), Kippur (lett. "espiazione"), Mazal Tov ("buona stella"), Mazzà (Pane azzimo del Pesach), Nefèsh-Ruach- Neshamà (livello dell'anima più unito al corpo, spirito che vivifica le emozioni, terzo livello), Sèder ("ordine" della prima sera della Pesach, per riti e cerimonie), Shevat (11º mese ebraico, equivalente a Gennaio-Febbraio), Shiv'à (settimana di lutto), Shlemiel (sciocco del villaggio, caduto di schiena), Sukkà (capanna), Tikkùn (restaurazione dell'ordine creato).

Parola di Dio

L'espressione Parola di Dio viene attribuita, dai credenti di una certa religione, ai rispettivi testi sacri, per sottolineare la credenza che questi testi rivelino quanto Dio ha voluto dire.

Profeta

Il termine profeta deriva dal tardo latino prophèta (pronuncia profèta), ricalcato sul greco antico προφήτης (pronuncia: profétes), che è parola composta dal prefisso προ- (pro, "davanti, prima", ma anche "per", "al posto di") e dal verbo φημί (femì, "parlare, dire"); letteralmente quindi significa "colui che parla davanti" o "colui che parla per, al posto di", sia nel senso di parlare "pubblicamente" (davanti ad ascoltatori), sia parlare al posto, in nome (di Dio), sia in quello di parlare "prima" (anticipatamente sul futuro).

I profeti sono figure tipicamente religiose, più o meno istituzionalizzate in diverse fedi, ispirate dalla divinità e che parlano in suo nome, annunciandone la volontà e talvolta predicendo il futuro. Il riferimento più comune è ai profeti ebraici e cristiani dell'Antico Testamento. Nell'Islam quando si parla del "profeta" senza ulteriori specificazioni si intende indicare Maometto, l'ultimo dei profeti secondo questa religione.

Profeta (ebraismo)

Nel Tanakh (la Bibbia ebraica) il Profeta (in ebraico נְבִיא nevì, pl. נְבִיאִים nevi'ìm, in greco προφήτης - prophētēs) è una persona che parla in nome e per conto (pro-) di Dio. L'accezione prevalente del termine usato nelle lingue contemporanee per cui il profeta descrive eventi futuri è caratteristica, ma non esclusiva, nell'operato dei profeti ebraici.

Nell'antica società ebraica, in particolare tra i secoli XI-V a.C., il profeta era una figura religiosa fondamentale, assieme al sacerdote e al levita.

Profezia

Una profezia è un'affermazione che prevede il futuro, in generale. Tuttavia, c'è un'importante differenza tra profezia e previsione: una previsione ha alla base un processo empirico e logico, mentre una profezia non è legata a dati di fatto e ragionamenti, ma alla supposta chiaroveggenza di chi se ne fa portatore, oppure, in senso più lato, alla capacità pragmatica del "profeta" di evocare gli avvenimenti storici da lui voluti influenzando così il futuro. In quest'ultimo senso, il termine "profezia" si applica a filosofi come Emerson e Nietzsche.

Rabbini del Talmud

I rabbini del Talmud o maestri ebrei, come tutti i profeti dell'ebraismo nel corso della storia del popolo d'Israele, hanno sempre avuto il ruolo di guide spirituali, anche impartendo gli insegnamenti morali, etici e religiosi della Torah comandati ed indicati da Dio. Già Mosè, il capo dei Neviìm, venne definito rabbeinu, che significa «nostro maestro». I rabbanim, i maestri ebrei, vengono comunemente anche definiti "dotto-ri (cfr. Daat) della Legge", l'Halakhah.

Allora come oggi, i rabbini talmudisti dovevano eccellere in molte doti spirituali, tra cui la sapienza e la facoltà di giudicare:

Secondo il Talmud, ogni ebreo ha il dovere religioso di procurarsi un maestro, che deve a sua volta "acquisire" molti discepoli e mai smettere il proprio percorso spirituale supportato dalla propria fede.

Risurrezione

La risurrezione o resurrezione è il ritorno alla vita dopo la morte analogamente al risveglio successivo al sonno. Ciò che pare comune a tutte le religioni che prevedono la reviviscenza o quantomeno la non-estinzione dell'anima del defunto, cioè del complesso della sua spiritualità, è il concetto di "rinascita" o di "ri-sorgere" (da cui deriva il termine), o riprendendo a vivere nel corpo appena lasciato, oppure presupponendo la fine della vita terrena dopo la quale la persona (riappropriandosi o meno di un corpo) inizia un'esperienza nuova e rinasce.

Nella concezione di molte religioni, è possibile ritornare in vita dopo la morte ed al proposito vengono formulate varie previsioni di modalità a seconda che:

la nuova vita faccia rifiorire le medesime spoglie terrene del defunto (e si parla di risurrezione vera e propria, nello stesso corpo posseduto prima di morire)

lo spirito del defunto ritrovi la vita terrena nel corpo di un altro essere vivente (e si parla invece di reincarnazione, per lo più con riferimento alla rinascita nelle carni di un essere di specie o genere differente)

lo spirito del defunto sia dopo la morte ammesso a vivere una vita di puro spirito

rinascano dopo la morte sia lo spirito che il corpo del defunto (in tal caso con tempi differenti).

lo spirito, o anima, del defunto sia dopo la morte unito ad un Corpo Mistico (di Cristo risorto, o dannato all'Inferno), in temporanea attesa di esservi unito anche nel corpo con la risurrezione della carne per il Giudizio di Dio, di salvezza o di condanna.In queste tre ultime accezioni la risurrezione viene indicata come il passaggio dal tempo finito, proprio dell'esperienza umana, all'eternità spirituale (vita eterna).

Seder

Seder (in ebraico: סדר‎? – plurale סדרים, sedarim), è un termine che può essere tradotto in lingua italiana con il termine "ordine" o "sequenza", con riferimento ai diversi momenti del rituale di alcune ricorrenze della cultura ebraica:

Festività ebraiche:

il Seder di Pesach è una cena particolare che si consuma seguendo un ordine rituale ben preciso nelle prime due sere della festa di Pesach (in Israele solo nella prima); durante il seder si legge l'Haggadà, cioè il libro che narra della liberazione degli Ebrei dalla schiavitù;

il Seder di Rosh HaShana rappresenta l'inaugurazione dell'anno nuovo, uno dei capodanno ebraici: anche creazione dell'uomo, Adamo ed Eva, e prova del sacrificio di Isacco;

Seder di Tu BiShvat, in lingua italiana anche detto Capodanno degli alberi (cfr. anche Arizal-Safed): questo Seder ha evidentemente connotazioni di Cabala ebraica.Nella Torah:

Una porzione del libro del Tanakh (Bibbia ebraica). Per la Torah, questa porzione riflette il triennale ciclo di lettura, in opposizione all'annuale ciclo di lettura settimanale. Per i Neviìm ed i Ketuvim è una divisione quantitativa del testo.

Termine colloquiale per l'annuale porzione di testo bliblico a cui ci si riferisce in una determinata occasione.Nei commentari:

L'ordine in cui si pongono i testi della Mishnah: (1) Zeraim, (2) Moed, (3) Nashim, (4) Nezikin, (5) Kodashim, e (6) Tohorot.

L'ordine in cui si pongono i testi del Talmud.

La porzione di commentario in studio (cfr anche Chavruta) in una giornata all'interno di ciascuna Yeshiva.Nella liturgia ebraica:

L'ordine delle benedizioni e delle preghiere da recitare, parimenti al termine siddur; ad esempio: Il Seder di Rav Amram Gaon.

La procedura di esecuzione di un precetto; ad esempio il seder dello shofar è l'ordine secondo il quale vanno prodotti suoni dalla buccina.

Targum Jonathan

Targum Jonathan (ebraico:תרגום יונתן בן עוזיאל) - conosciuto anche come Targum Yonasan/Yonatan è il targum orientale (babilonese) ufficiale per i Neviìm. le sue origini però sono occidentali, cioè dalla Terra di Israele, e la tradizione talmudica indica come suo autore Jonathan ben Uzziel. Il suo stile è molto simile a quello del Targum Onkelos, sebbene a volte sembri parafrasarlo liberamente.

La lingua del Targum Jonathan è l'aramaico.

In tempi talmudici e nella comunità ebraiche yemenite il Targum Jonathan veniva letto come una traduzione verso per verso in alternanza con i versi ebraici della haftarah in sinagoga. Quindi, quando il Talmud afferma che "una persona deve completare le sue porzioni di Scrittura insieme alla comunità, leggendo la Scrittura due volte e il targum una volta" (Berakhot 8a-b), il passo si riferirebbe al Targum Jonathan (e anche al Targum Onkelos sulla Torah).

Tzniut

Il termine tzniut (ebraico: צניעות, tzniut, pronuncia sefardita tzeniut(h); ashkenazita tznius, "modestia", o "riservatezza") è usato nell'ambito dell'ebraismo e ha la sua maggior importanza come concetto nell'ebraismo ortodosso, a volte anche nell'ebraismo conservatore. È usato per descrivere sia il tratto caratteriale di modestia e di umiltà sia un gruppo di leggi religiose ebraiche relative al comportamento in generale, soprattutto tra i sessi. Il termine è spesso usato per le regole di abbigliamento delle donne (alcune donne tagliano i capelli [quasi] "sino al limite" benché ciò non sia usuale: cfr Matrimonio (religione)).

Zaccaria (profeta)

Zaccaria (Prima del 520 a.C. – c. V secolo a.C.) è uno dei dodici Profeti minori.

Il suo nome (ebraico זְכַרְיָה, Zekharyah/Zəḵaryāh) significa "Jahvé ricorda" ed è autore dell'omonimo libro classificato tra i libri profetici (detti Neviìm) nella Bibbia ebraica e nell'Antico Testamento nella Bibbia cristiana. Iniziò la sua missione profetica intorno al 520 a.C., cioè "nell'ottavo mese dell'anno secondo di Dario" (Zc 1, 1).

Visse nel periodo dopo l'esilio babilonese e si preoccupò molto della ricostruzione del tempio di Gerusalemme.Come il profeta Ezechiele ebbe un'estrazione sacerdotale.Zaccaria è venerato come santo dalla Chiesa cattolica e celebrato il 6 settembre.

Col nome di Zakariyāʾ, è annoverato dall'Islam tra i profeti che precedettero Maometto. La tradizione vuole la sua tomba nella moschea degli Omayyadi di Aleppo.

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