Impresa di Fiume

L'Impresa di Fiume consistette nella ribellione di alcuni reparti del Regio Esercito (circa 2 600 uomini tra fanteria e artiglieria) al fine di occupare la città adriatica di Fiume, contesa tra il Regno d'Italia e il Regno di Jugoslavia. Organizzata da un fronte politico a prevalenza nazionalista e guidata dal poeta Gabriele D'Annunzio, la spedizione raggiunse Fiume il 12 settembre 1919, proclamandone l'annessione al Regno d'Italia.

L'occupazione dei legionari dannunziani durò 16 mesi con alterne vicende, tra cui la proclamazione della Reggenza italiana del Carnaro. Avendo lo scopo di influire sulla Conferenza internazionale della pace, l'Impresa fiumana raggiunse l'epilogo con l'approvazione del Trattato di Rapallo. L'opposizione dei dannunziani all'applicazione del trattato portò il governo Giolitti ad intervenire con la forza, sgombrando Fiume durante le giornate del Natale 1920.

Filippo Tommaso Marinetti, durante il periodo della sua presenza a Fiume nel settembre 1919, definì gli autori dell'impresa disertori in avanti.

Impresa di Fiume
parte del periodo interbellico
Foto Fiume
D'Annunzio (al centro con il bastone) con alcuni legionari a Fiume nel 1919. Alla destra di D'Annunzio, rivolto verso di lui, il ten. Arturo Avolio.
Data12 settembre 1919
LuogoFiume
CausaVittoria mutilata
EsitoVittoria dei legionari
Modifiche territorialiProclamazione della Reggenza italiana del Carnaro
Schieramenti
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Antefatti

Trattato di Londra
In verde chiaro sono indicati i territori promessi all'Italia con Patto di Londra del 1915. La Dalmazia settentrionale, nel 1919, venne invece assegnata, contro la volontà dell'Italia, al nuovo regno serbo-croato-sloveno. La mancata annessione della Dalmazia all'Italia fu una delle cause di insoddisfazione che portarono alla definizione di "vittoria mutilata", che venne in parte mitigata dal trattato di Rapallo (1920), per i risultati della pace

Secondo il censimento ungherese del 1910 (nel quale fu richiesta la lingua d'uso), la popolazione di Fiume era pari a 49 806 abitanti, e così suddivisa: 24 212 dichiaravano di avere come lingua d'uso l'italiano, 12 926 il serbocroato e altre lingue, soprattutto ungherese, sloveno e tedesco. Nel censimento non si consideravano i dati della località di Sussak, quartiere a maggioranza croata sorto in epoca recente a est della Fiumara. Quest'ultimo era il corso d'acqua che suddivideva la municipalità di Fiume (formalmente dipendente dalla Corona Ungherese in qualità di Corpus Separatum) dal Regno di Croazia. La città di Fiume aveva sempre lottato contro la propria annessione al Regno di Croazia, reclamata invece dalla minoranza croata.

Alla conclusione del primo conflitto mondiale, dalle trattative di pace, l'Italia ottenne le terre irredente di Trento e Trieste ma l'opposizione del presidente statunitense Woodrow Wilson condusse a una situazione di stallo per quanto riguardava la Dalmazia e Fiume: la prima era promessa all'Italia col patto di Londra; la seconda era reclamata dagli italiani in quanto abitata prevalentemente da connazionali, tanto che già nell'ottobre 1918 a Fiume si era costituito un Consiglio nazionale che propugnava l'annessione all'Italia,[1] di cui fu nominato presidente Antonio Grossich. I rappresentanti italiani a Parigi Vittorio Emanuele Orlando e Sidney Sonnino, dopo aver polemicamente abbandonato il tavolo delle trattative il 24 aprile, non avendo colto i risultati sperati, vi fecero ritorno il 5 maggio.

Gli incidenti di Fiume

A Fiume, già ad aprile 1919 Giovanni Host-Venturi e Giovanni Giuriati avevano iniziato a creare una Legione fiumana costituita da volontari per difendere la città in particolare dal contingente francese, filo-jugoslavo.[2]

Nel frattempo Gabriele D'Annunzio si era recato a Roma per tenere una serie di comizi in favore dell'italianità di Fiume. I discorsi infuocati di D'Annunzio suscitarono l'emozione soprattutto dei moltissimi giovani reduci che ritornati dalla guerra erano rimasti disoccupati.[3] In particolare si insistette sull'onta della vittoria mutilata che induceva un revanscismo delle aspettative di carattere nazionalista. Intanto a Fiume la situazione diveniva sempre più incandescente e si susseguivano costantemente manifestazioni della popolazione a favore dell'italianità della città e incidenti tra i vari reparti delle quattro nazioni che al termine del conflitto avevano occupato la città (italiani, francesi, inglesi, americani). Il 29 giugno scoppiarono tumulti fra i militari francesi, i cui ufficiali avevano osato strappare il tricolore italiano appuntato sulle vesti delle donne fiumane, e la popolazione civile, in soccorso della quale intervennero soldati e marinai italiani: nove morti e molti feriti costituirono il numero degli scontri, protrattisi fino al 6 luglio, noti come “Vespri fiumani”;[4] Parigi decise lo scioglimento del Consiglio Nazionale Fiumano e pretese il ritiro dei militari italiani (falsamente accusati di avere provocato gli incidenti).

Il 30 giugno una delegazione guidata da Grossich incontrò a Roma Gabriele d'Annunzio, chiedendogli di assumere la guida del movimento di resistenza fiumano: D'Annunzio accettò, e si convenne di procedere all'arruolamento di volontari nell'ambito dei vari raggruppamenti nazionalisti per farli successivamente convergere a Fiume. A Parigi si decisero così alcune sanzioni e l'allontanamento dei Granatieri di Sardegna, reparto che si era dimostrato particolarmente irrequieto. I Granatieri, sotto il comando del generale Mario Grazioli, lasciarono Fiume il 25 agosto sfilando in mezzo alla popolazione di Fiume che cercò di trattenerli con suppliche e manifestazioni di italianità[5]. I Granatieri di Sardegna si acquartierarono a Ronchi.

Da qui sette ufficiali inviarono a D'Annunzio una lettera in cui lo invitavano a porsi a capo di una spedizione che a Fiume ne rivendicasse l'italianità:

Sono i Granatieri di Sardegna che Vi parlano. È Fiume che per le loro bocche vi parla. Quando, nella notte del 25 agosto, i granatieri lasciarono Fiume, Voi, che pur ne sarete stato ragguagliato, non potete immaginare quale fremito di entusiasmo patriottico abbia invaso il cuore del popolo tutto di Fiume… Noi abbiamo giurato sulla memoria di tutti i morti per l'unità d'Italia: Fiume o morte! e manterremo, perché i granatieri hanno una fede sola e una parola sola. L'Italia non è compiuta. In un ultimo sforzo la compiremo.

(Dalla lettera inviata a D'Annunzio da alcuni ufficiali dei Granatieri di Sardegna)

La Marcia di Ronchi

Bakst, Léon - bozz x St. Sébastien di Debussy - 1911
Léon Bakst: costume di scena realizzato per la danzatrice Ida Rubinstein, per la sua interpretazione dell'opera teatrale "Il martirio di San Sebastiano" di Gabriele D'Annunzio

Dopo alcuni giorni D'Annunzio ruppe gli indugi e garantì il proprio arrivo a Ronchi per il 7 settembre 1919, ma a causa di una intempestiva febbre poté onorare il proprio impegno solo l'11 dello stesso mese. Intanto a Ronchi erano già arrivati numerosi volontari.

D'Annunzio informò Mussolini solo il giorno prima della partenza[6] per Fiume quando, sciolta ogni riserva, gli inviò una lettera chiedendogli sostegno.

Mio caro compagno, il dado è tratto. Parto ora. Domattina prenderò Fiume con le armi. Il Dio d'Italia ci assista. Mi levo dal letto febbricitante. Ma non è possibile differire. Anche una volta lo spirito domerà la carne miserabile... Sostenete la Causa vigorosamente, durante il conflitto. Vi abbraccio.

(Dalla lettera inviata da D'Annunzio a Mussolini immediatamente prima della partenza per Fiume[7])

Qui giunsero anche i volontari al seguito del tenente Guido Keller dotati di autocarri su cui presero posto buona parte dei convenuti. Il 12 settembre i granatieri comandati dal maggiore Carlo Reina[8] intrapresero la Marcia di Ronchi. Messisi in viaggio verso Fiume, alla colonna via via si unirono altri volontari tra cui alcuni gruppi di bersaglieri che in realtà avrebbero dovuto bloccarlo[8]. Oltrepassato il confine presidiato dal generale Vittorio Emanuele Pittaluga, dopo essersi congiunto con la Legione Fiumana di Host-Venturi, D'Annunzio prese possesso della città acclamato dalla popolazione italiana e dai volontari lì presenti. Nel pomeriggio D'Annunzio proclamò l'annessione all'Italia di Fiume.

Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione... Io soldato, io volontario, io mutilato di guerra, credo di interpretare la volontà di tutto il sano popolo d'Italia proclamando l'annessione di Fiume.

(Dal discorso tenuto da D'Annunzio il 12 settembre dal Palazzo del Governo di Fiume)

Questa giornata sarà in seguito celebrata dallo stesso poeta come il giorno della "Santa Entrata", ricalcando il nome col quale per secoli venne ricordato l'ingresso dei rappresentanti veneziani a Zara nel 1409.

Il giorno seguente i francesi e gli inglesi preferirono evitare che l'azione finisse in un bagno di sangue, anche se alcuni morti in realtà vi furono. Arrivò a Fiume il 22 settembre la Nave della Regia marina "Cortellazzo" (ex incrociatore Marco Polo) che si unì ai legionari di D'Annunzio.

Nel pomeriggio del 18 settembre il 39° ed il 40° Fanteria, provenienti dalle zone di Idria e Vippacco, giungevano presso Fiume, occupando la linea di controllo da Pletenci al mare (Cantrida). In Fiume si credette che la Brigata Bologna dovesse disonorarsi attaccando, e verso le ore 23 il Magg. Reina, il Maggiore Nunziante, il Capit. Host-Venturi e il Capit. Mrak-Schiavon si recarono alla estrema sinistra dello schieramento (Pletenci), tenuto dal 1° Battaglione del 39° Fanteria, incontrandosi con il Capitano Faraone sig. Francesco. Nella notte buia gli uomini che avrebbero dovuto guardarsi come da opposte trincee si scambiarono le parole dell'unica fede. Fin dalla prima ora i reparti cominciarono a sgretolarsi. Dieci o undici fanti nella notte dal 18 al 19 lasciavano la linea, e nella notte successiva, la musica, il reparto arditi ed altri militari del 40° Fanteria, condotti da quattro ufficiali (Ten. Rossa, Ten. [Arturo] Avolio, Sottot. De Camillis, Sottot. Montalto) oltrepassavano a Zamet la linea di blocco e si recavano a Fiume al suono degli inni nazionali, sollevando una imponente manifestazione patriottica. Un fiumano generosamente offrì mille corone ai nuovi legionari.

(Clino Ricci, "Il Battaglione Giovanni Randaccio in Fiume d'Italia", Stab. Tipografico de "La Vedetta d'Italia" S.A., Fiume, 1920)

Le reazioni del governo Nitti

D'Annunzio costituì un "Gabinetto di Comando" al cui vertice pose Giovanni Giuriati.

Il governo italiano guidato da Francesco Saverio Nitti disconobbe l'azione del Vate e, intenzionato a ottenere la resa e l'abbandono della città da parte dei legionari, nominò Commissario straordinario per la Venezia-Giulia Pietro Badoglio, con il compito di risolvere la situazione. Il nuovo commissario straordinario fissò la propria sede a Trieste e come primo atto fece gettare dei volantini su Fiume in cui si minacciavano i legionari di essere considerati disertori e quindi di poter essere puniti dai Tribunali militari.

L'ultimatum di Badoglio non fu accolto e non sortì alcun effetto.[9] Nitti allora decise di porre la città sotto assedio impedendo l'afflusso di viveri. A ciò D'Annunzio rispose in maniera sprezzante chiamando in causa Nitti:

Impotente a domarci. Sua indecenza la Degenerazione adiposa si propone di affamare i bambini e le donne che con le bocche santificate gridano "Viva l'Italia"... Raccogliete pel popolo di Fiume viveri e denaro!

(Da un appello scritto da D'Annunzio al popolo italiano)

Il 16 settembre inviò anche una polemica lettera a Mussolini contestandogli lo scarso impegno finanziario nell'impresa:

Mio caro Mussolini, mi stupisco di voi e del popolo italiano. Io ho rischiato tutto, ho fatto tutto, ho avuto tutto. Sono padrone di Fiume, del territorio, d'una parte della linea d'armistizio, delle navi; e dei soldati che non vogliono obbedire se non a me. Nessuno può togliermi di qui. Ho Fiume; tengo Fiume finché vivo, inoppugnabilmente. E voi tremate di paura! Voi che lasciate mettere sul collo il piede porcino del più abbietto truffatore che abbia mai illustrato la storia del canagliume universale. Qualunque altro paese – anche la Lapponia – avrebbe rovesciato quell'uomo, quegli uomini. E voi stete lì a cianciare, mentre noi lottiamo d'attimo in attimo, con un'energia che fa di quest'impresa la più bella dopo la dipartita dei Mille. Dove sono i combattenti, gli arditi, i volontari, i futuristi? Io ho tutti soldati qui, tutti soldati in uniforme, di tutte le armi. È un'impresa di regolari. E non ci aiutate neppure con sottoscrizioni e collette. Dobbiamo fare tutto da noi, con la nostra povertà. Svegliatevi! E vergognatevi anche. Se almeno mezza Italia somigliasse ai Fiumani, avremmo il dominio del mondo. Ma Fiume non è se non una cima solitaria dell'eroismo, dove sarà dolce morire ricevendo un ultimo sorso della sua acqua. Non c'è proprio nulla da sperare? E le vostre promesse? Bucate almeno la pancia che vi opprime, e sgonfiatela. Altrimenti verrò io quando avrò consolidato qui il mio potere. Ma non vi guarderò in faccia. Su! Scuotetevi, pigri nell'eterna siesta! Io non dormo da sei notti; e la febbre mi divora. Ma sto in piedi. E domandate come, a chi m'ha visto. Alalà

(La lettera inviata da D'Annunzio a Benito Mussolini direttore del Popolo d'Italia)

Questa lettera apparve sul Popolo d'Italia il 20 settembre emendata dalle parti più polemiche (quelle che appaiono in corsivo). Al riguardo è da rimarcare che mai in seguito D'Annunzio contestò la censura alla sua lettera. Mussolini avviò rapidamente una sottoscrizione pubblica per finanziare Fiume che raccolse quasi tre milioni di lire. Una prima tranche di denaro, ammontante a 857 842 lire, fu consegnata a D'Annunzio ai primi di ottobre, altro denaro in seguito. Parte del denaro, con un'autorizzazione pubblica del poeta, fu utilizzata per finanziare lo squadrismo milanese.[10]

Mio caro Benito Mussolini, chi conduce un'impresa di fede e di ardimento, tra uomini incerti o impuri, deve sempre attendersi d'essere rinnegato e tradito "prima che il gallo canti per la seconda volta". E non deve adontarsene né accorarsene. Perché uno spirito sia veramente eroico, bisogna che superi la rinnegazione e il tradimento. Senza dubbio voi siete per superare l'una e l'altro. Da parte mia, dichiaro anche una volta che – avendo spedito a Milano una compagnia di miei legionari bene scelti per rinforzo alla vostra e nostra lotta civica – io vi pregai di prelevare dalla somma delle generosissime offerte il soldo fiumano per quei combattenti. Contro ai denigratori e ai traditori fate vostro il motto dei miei "autoblindo" di Ronchi, che sanno la via diritta e la meta prefissa. Fiume d'Italia, 15 febbraio 1920 Gabriele D'Annunzio.

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Intanto il 25 settembre tre battaglioni di bersaglieri destinati all'assedio della città, lasciate le proprie posizioni completi di armi e salmerie disertarono e raggiunsero i legionari. L'avvenimento spinse Badoglio a rassegnare le proprie dimissioni, che furono però respinte.[11]

Il 7 ottobre Mussolini si recò a Fiume dove incontrò D'Annunzio, mentre il 10 dello stesso mese gli Uscocchi presero possesso di un'imbarcazione carica di armi e munizioni.

Al fine di risolvere la situazione che si rendeva sempre più esplosiva Nitti acconsentì a tentare una soluzione più diplomatica. In effetti a partire dal 20 ottobre 1919 cominciarono degli incontri tra Badoglio e D'Annunzio che, durati circa due mesi, non approdarono ad alcun accordo.

Il 26 ottobre si tennero a Fiume le elezioni che videro scontrarsi le due principali compagini politiche, da una parte i fautori dell'annessione all'Italia guidati da Riccardo Gigante e dall'altra parte gli autonomisti guidati da Riccardo Zanella. Vinse la lista annessionistica con circa il 77% dei consensi e Gigante divenne sindaco della città venendo ufficialmente proclamato il 26 novembre.

La spedizione a Zara

D'Annunzio e l'ammiraglio Millo a bordo dell'Indomito
D'Annunzio e l'ammiraglio Enrico Millo a bordo dell'Indomito

Mentre ancora duravano gli incontri con Badoglio, D'Annunzio il 14 novembre prese l'iniziativa di recarsi a Zara. Infatti il 14 novembre si imbarcò sulla nave Nullo insieme a Guido Keller, Giovanni Giuriati, Giovanni Host-Venturi e Luigi Rizzo. A Zara venne benevolmente accolto dall'ammiraglio Enrico Millo, divenuto governatore di quei territori occupati, che davanti al Vate prese solennemente l'impegno di non abbandonare la Dalmazia finché questa non fosse stata ufficialmente annessa all'Italia.

Dopo le Elezioni politiche italiane del 1919 tenutesi il 16 novembre Francesco Saverio Nitti fu riconfermato al governo (Governo Nitti II).

La notte del 13 Novembre parve giunta l'ora dell'ardimento. La "Cortellazzo", ringiovanita la sua vecchia mole, salpava in festa per Zara, gremita di Legionari anelanti. E con i granatieri, gli arditi e i bersaglieri v'erano i fanti della 2° compagnia del "Randaccio" al comando del Capitano Blatt sig. Egone, rinforzata da 25 uomini della 1° (Tenente Cortese sig. Mario) e da 25 uomini della 3° (Tenente Avolio sig. Arturo). [...] La 1° e la 3° compagnia rimaste in Fiume sentirono la delusione amara di chi vuole osare e non può, ed insieme l'orgoglio di vedere ancora una volta i fanti del Randaccio prescelti per l'impresa più audace e più bella.

(Clino Ricci, "Il Battaglione Randaccio in Fiume d'Italia", Stab. Tipografico de "La Vedetta d'Italia" S. A., Fiume, 1920)

La questione del plebiscito

Il nuovo governo italiano preparò un nuovo testo (definito Modus vivendi), che consegnò a D'Annunzio il 23 novembre. Con questo testo il governo italiano si impegnava innanzitutto a impedire che la città potesse essere annessa al nuovo stato jugoslavo e ad ottenere per essa l'annessione all'Italia o almeno di conferirle lo status di "città libera", con relative garanzie e statuto speciale. D'Annunzio rifiutò il testo reclamando l'annessione immediata, ma nella notte il testo fu affisso sui muri della città per portarlo alla conoscenza dei cittadini fiumani. In esso si poteva leggere:

L'annessione formale, oggi è assolutamente impossibile. Però il governo d'Italia assume solenne l'impegno e vi dà formale garanzia che l'annessione possa avvenire in un periodo prossimo... Cittadini! Se voi rifiutate queste proposte, voi comprometterete in modo fors'anche irreparabile la città, i vostri ideali, i vostri più vitali interessi. Decidete! Decidete voi, che siete figli e i padroni di voi e di Fiume, e non permettete, non tollerate che altri abusino del vostro nome, del vostro diritto, e degli interessi supremi d'Italia e di Fiume.

(Parte del testo del volantino affisso nottetempo sui muri di Fiume per conto del governo italiano)

Il 15 dicembre il Consiglio nazionale della città di Fiume approvò le proposte del governo italiano con 48 voti favorevoli e 6 contrari. Gli elementi più accesi della popolazione e dei legionari contestarono le decisioni prese dal Consiglio arrivando anche a intimidire gli elementi più moderati con la benevola tolleranza del Vate,[12] al punto che la rivista nazionalista "La Vedetta d'Italia" fu chiusa per qualche giorno,[13] pertanto si preferì indire un plebiscito per decidere il da farsi. Il testo del quesito fu il seguente:

È da accogliersi la proposta del governo italiano dichiarata accettabile dal Consiglio nazionale nella seduta del 15 dicembre 1919, sciogliendo Gabriele d'Annunzio e i suoi legionari dal giuramento di tenere Fiume fino a che l'annessione non sia decretata e attuata?.

(Testo del plebiscito votato dai cittadini fiumani il 18 dicembre 1919)

Lo scrutinio iniziò la sera stessa mostrando un andamento nettamente favorevole all'accoglimento delle proposte italiane, ma allo stesso tempo legionari contrari alla piattaforma proposta dal governo italiano bloccarono lo scrutinio sequestrando anche le urne.[14] D'Annunzio decise allora di sospendere lo stesso e di invalidarlo.

Mi sono state riferite e provate le irregolarità commesse da una parte e dall'altra durante la votazione plebiscitaria: le giudico di tale natura da togliere alla votazione ogni efficacia di decisione...

(Con queste parole D'Annunzio decise di invalidare il plebiscito)

Badoglio dal canto suo interruppe ogni possibile ulteriore trattativa e lasciò l'incarico. Al suo posto subentrò il generale Enrico Caviglia. A Fiume invece il capo gabinetto Giovanni Giuriati adirato per l'annullamento del plebiscito si dimise scrivendo a D'Annunzio:

Io sono venuto a Fiume per difendere le secolari libertà di questa terra, non per violentarle o reprimerle

(Testo della lettera con la quale Giovanni Giuriati rassegnò le proprie dimissioni da capo gabinetto)

Gli subentrò Alceste De Ambris, ex sindacalista rivoluzionario e interventista, giunto a Fiume nel gennaio del 1920.

Il gabinetto De Ambris

In quei giorni, anche a causa di un cambio di rotta in senso rivoluzionario e popolare impresso dallo stesso De Ambris, si iniziarono a temere in Italia ipotesi di svolte in senso repubblicano e addirittura il timore di un tentativo di colpo di stato.

Filippo Turati in quei giorni scrisse:

Il povero Nitti è furibondo per le indegne cose di Fiume […]. Non solo proclamano la repubblica di Fiume, ma preparano lo sbarco in Ancona, due raid aviatori armati sopra l'Italia e altre delizie del genere. Fiume è diventato un postribolo, ricetto di malavita e di prostitute più o meno high-life. Nitti mi parlò di una marchesa Incisa, che vi sta vestita da ardita con tanto di pugnale. Purtroppo non può dire alla Camera tutte queste cose, per l'onore d'Italia.

Nella stessa Fiume gli ufficiali del Regio esercito vivevano con disagio la nuova situazione tanto che lo stesso generale Caviglia pensò di poter fruttare un eventuale dissidio interno alla città tra monarchici e repubblicani. Inoltre alcune decisioni dello stesso D'Annunzio alimentavano i dubbi e le polemiche interne. Nel marzo 1920 un furto compiuto da alcuni legionari ai danni di alcuni commercianti scatenò le ire del capitano dei Carabinieri Rocco Vadalà, che richiese al Vate lo scioglimento dal giuramento per poter abbandonare la città. Dopo alcune resistenze iniziali i Reali Carabinieri abbandonarono la città seguiti da alcuni ufficiali di altre armi.

Al contempo il problema degli approvvigionamenti diventò sempre più pressante tanto che circa quattromila bambini dovettero sfollare da Fiume con il supporto dei Fasci Italiani di Combattimento e delle organizzazioni femminili.[15]

Il 22 aprile gli autonomisti di Riccardo Zanella, ostili ai legionari dannunziani, con l'appoggio dei socialisti, proclamarono lo sciopero generale.[16]

L'11 maggio cadde il governo presieduto da Francesco Saverio Nitti. Al suo posto subentrò un nuovo governo presieduto da Giovanni Giolitti, che si insediò il 15 maggio.

La Reggenza Italiana del Carnaro

Proclamazione della Reggenza italiana del Carnaro
Proclamazione della Reggenza italiana del Carnaro.

La situazione di stallo in cui si trovava la città di Fiume da ormai diversi mesi, e forse la rinuncia ufficiale dell'Ungheria a ogni diritto sull'antico possedimento, spinsero D'Annunzio a una nuova azione, la proclamazione di uno stato indipendente, la Reggenza Italiana del Carnaro, proclamata ufficialmente il 12 agosto 1920.

La vostra vittoria è in voi. Nessuno può salvarvi, nessuno vi salverà: non il Governo d'Italia che è insipiente ed è impotente come tutti gli antecessori; non la nazione italiana che, dopo la vendemmia della guerra, si lascia pigiare dai piedi sporchi dei disertori e dei traditori come un mucchio di vinacce da far l'acquerello... Domando alla Città di vita un atto di vita. Fondiamo in Fiume d'Italia, nella Marca Orientale d'Italia, lo Stato Libero del Carnaro.

(Dal discorso di D'Annunzio del 12 agosto 1920 in cui proclamò la Reggenza Italiana del Carnaro)

L'8 settembre, pochi giorni dopo la proclamazione dell'indipendenza fu promulgata la Carta del Carnaro. La politica dannunziana a Fiume, anche per via di tentennamenti, non fu univoca. Se l'obiettivo di partenza era il ricongiungimento di Fiume all'Italia, in seguito, vista l'impossibilità di raggiungere tale obiettivo, tentò di costituire uno stato indipendente. La struttura di questo nuovo Stato, basandosi sulla Carta del Carnaro redatta da Alceste De Ambris, avrebbe creato uno stato basato su valori propugnati dal sindacalismo rivoluzionario e sotto certi aspetti vicini a quelli che si pensavano esser nati nella Russia dei Soviet. D'altronde in quel periodo l'affermarsi del regime bolscevico in Unione Sovietica era avvertito negli strati della piccola borghesia e dei reduci militari in modo controverso: da una parte era forte la paura dei sovversivi; dall'altra era avvertibile un sentimento di interesse per qualcosa di nuovo che stava nascendo.

Il 12 settembre fu presentato il vessillo del nuovo Stato. Come atto di frattura la Reggenza fu il primo stato a riconoscere ufficialmente l'Unione Sovietica. Questo risultò per molti inaccettabile, causando la defezione di molti legionari fedeli alla monarchia, in particolare dei carabinieri. Si cominciò inoltre a fornire asilo a tutti coloro che erano costretti ad abbandonare il proprio paese per problemi politici.

Il nuovo Stato vide l'ingresso nel governo di personalità come Giovanni Host-Venturi, Maffeo Pantaleoni e Icilio Bacci.

Il presidente del Consiglio Nazionale Antonio Grossich espresse le proprie perplessità riguardo alla proclamazione dell'indipendenza.

Il piano per prendere il potere in Italia

Nell'autunno del 1920 Fiume divenne il centro di un piano insurrezionale, che aveva lo scopo di rovesciare il governo Giolitti e imporre un nuovo regime in Italia. Secondo le intenzioni dei golpisti, una spedizione doveva partire dal Carnaro e marciare su Roma (o passando per Trieste o con uno sbarco ad Ancona) e assumere il potere. L'eversione era motivata da timori che riguardavano sia la politica interna, sia quella estera. Nel mese di settembre, infatti, era in corso l'occupazione delle fabbriche e la destra temeva che i socialisti potessero trasformare la protesta in un tentativo rivoluzionario, anche perché il governo si mostrava troppo morbido nei confronti degli operai, non reprimendo l'occupazione con la dovuta energia. Inoltre, D'Annunzio e i suoi seguaci erano preoccupati per le trattative tra Italia e Jugoslavia in merito al confine orientale, temendo che il governo potesse lasciare Fiume e la Dalmazia agli slavi.

Al complotto presero parte vari elementi dello schieramento dannunziano. Anzitutto, i legionari che già occupavano Fiume e i nazionalisti, che furono tra i più attivi nell'invitare il poeta a "osare", tanto che elementi come Alfredo Rocco, Francesco Coppola e lo stesso Enrico Corradini si recarono più volte nel Carnaro per incontrare D'Annunzio e discutere del progetto. Erano della partita anche i fascisti, ma il loro atteggiamento era più cauto, perché Mussolini non intendeva rischiare il suo futuro politico su un progetto dall'esito incerto[17].

Il piano giunse a un livello avanzato di elaborazione e nel mese di settembre e ottobre i potenziali eversori tenevano riunioni quasi quotidiane a Roma, presso la redazione dell'"idea nazionale". I golpisti erano sostenuti da una cordata di industriali, tra i quali Oscar Sinigaglia, che intendevano finanziare l'impresa, ma altri settori del mondo industriale, sebbene contattati dagli eversori, preferirono tenersi in disparte.

I golpisti speravano di trascinare dalla loro parte alcuni ufficiali del Regio Esercito, in particolare l'ammiraglio Enrico Millo, governatore della Dalmazia, e il generale Enrico Caviglia. Senza l'appoggio dei militari, infatti, il piano era destinato al fallimento. Si aspettavano, inoltre, che i corpi di pubblica sicurezza, in particolare i Reali Carabinieri, non avrebbero preso le armi contro di loro.

Le voci sull'organizzazione del colpo di stato divennero di pubblico dominio alla fine di settembre e tutti i giornali italiani se ne interessarono. Giolitti, con un'abile manovra, riuscì a stroncare sul nascere i propositi dannunziani: da un lato, fece avvicinare da suoi emissari gli elementi più malleabili del fronte golpista, a partire da Mussolini, che fecero venire meno il sostegno; dall'altro, si assicurò la fedeltà degli alti gradi dell'esercito[17].

I golpisti, pertanto, vistisi privati del sostegno dei militari, furono costretti a recedere dai loro propositi. Il piano insurrezionale non fu messo in atto, ma tra i potenziali eversori restò l'idea di prendere il potere con la forza, che sarebbe stata realizzata nel 1922 con la Marcia su Roma.

Il Trattato di Rapallo

Poche settimane dopo, il 12 novembre 1920, Italia e Jugoslavia firmarono il Trattato di Rapallo, in cui si impegnarono a rispettare l'indipendenza dello Stato libero di Fiume. Tutti i partiti politici italiani accolsero favorevolmente l'accordo stipulato. Anche Mussolini e De Ambris considerarono positivo il nuovo Trattato.[18] Mussolini lo difese inoltre sul Popolo d'Italia, cercando di convincere la propria recalcitrante base.

Pochi giorni dopo il generale Caviglia comunicò a D'Annunzio i dettagli del trattato di Rapallo. Il capo gabinetto De Ambris avvertì D'Annunzio del desiderio di pace espresso dalla popolazione e dagli amici in Italia:

...lo stato d'animo dei fiumani è in complesso per l'accettazione del Trattato di Rapallo. In Italia domina lo stesso sentimento anche negli amici più fedeli, i quali non lo dicono apertamente solo per non avere l'aria di abbandonarci.

(Alceste De Ambris a D'Annunzio prima che quest'ultimo respingesse il Trattato di Rapallo)

D'Annunzio pochi giorni dopo decise di rifiutare il trattato. Seguirono alcuni giorni di frementi contatti ma, quando il Trattato di Rapallo fu ufficialmente approvato dal Regno d'Italia, il generale Caviglia si risolse a intimare l'ultimatum a D'Annunzio. Al rifiuto del Vate, Fiume fu completamente circondata e, dopo 48 ore di tempo concesse per far evacuare i cittadini stranieri, il mattino della vigilia di Natale fu sferrato l'attacco.

Il Natale di sangue

Un primo attacco a Fiume fu sferrato la vigilia di Natale, che D'Annunzio battezzò come il Natale di sangue. Dopo una tregua di un giorno la battaglia ricominciò il 26 dicembre 1920 e, vista la resistenza dei legionari, verso mezzogiorno incominciò il bombardamento navale della città da parte della nave Andrea Doria, che proseguì fino al 27 dicembre. Vi furono alcune decine di morti da entrambe le parti nel corso degli scontri.

Il 28 dicembre D'Annunzio riunì il Consiglio nazionale e si decise ad accettare un incontro con gli emissari del governo italiano e ad accettare i termini del Trattato di Rapallo. Rassegnò conseguentemente le proprie dimissioni con una lettera fatta consegnare dal comandante dei legionari Giovanni Host-Venturi e dal sindaco Riccardo Gigante:

Io rassegno nelle mani del Podestà e del Popolo di Fiume i poteri che mi furono conferiti il 12 settembre 1919 e quelli che il 9 settembre 1920 furono conferiti a me e al Collegio dei Rettori adunati in Governo Provvisorio. Io lascio il Popolo di Fiume arbitro unico della propria sorte, nella sua piena coscienza e nella sua piena volontà... Attendo che il popolo di Fiume mi chieda di uscire dalla città, dove non venni se non per la sua salute. Ne uscirò per la sua salute. E gli lascerò in custodia i miei morti, il mio dolore, la mia vittoria.

(Dalla lettera scritta da D'Annunzio in cui rassegnava le dimissioni al generale Ferrario)

Il 31 dicembre 1920, al termine del Natale di sangue, vista la sconfitta, D'Annunzio firmò la resa e da quel momento ebbe vita lo Stato libero di Fiume. Della delegazione di ufficiali incaricati di trattare la resa del “Vate” faceva parte anche Pietro Micheletti l’eroico combattente della prima guerra mondiale [19]

Nel gennaio 1921 i legionari fiumani cominciarono ad abbandonare Fiume, mentre D'Annunzio partì per ultimo il 18 gennaio alla volta di Venezia.

I dirigenti dei Fasci Italiani di Combattimento elaborarono una mozione di condanna per l'attacco a Fiume da parte dell'esercito regio, firmata all'unanimità con l'unica astensione di Benito Mussolini.

La conquista della città durò poco, ma il suo valore simbolico fu rilevantissimo. L'adesione di Mussolini al trattato (il quale, annullando i risultati dell'esperienza fiumana, cagionava un danno pesante all'immagine di D'Annunzio) causò l'indignazione del Vate e di molti degli stessi fascisti lontani dal centro direttivo di Milano, i quali manifestarono la propria contrarietà alla decisione degli organi centrali, scatenando un moto di protesta interno al partito e auspicando la successione del poeta abruzzese alla guida dei Fasci Italiani di Combattimento[20].

In Italia, la legislatura a causa delle reazioni nel Paese si chiuse anticipatamente e le elezioni politiche si tennero nel maggio 1921, dopo le quali Giovanni Giolitti non fu più capo del governo.

Lo Stato libero di Fiume

Nell'anno 1921 si tennero le prime elezioni parlamentari anche a Fiume nelle quali parteciparono gli autonomisti e i Blocchi Nazionali pro-italiani. Il Movimento Autonomista ricevette 6558 voti e i Blocchi Nazionali (Partito Nazionale Fascista, Partito Liberale e Partito Democratico) 3443 voti. Presidente divenne il capo del Movimento Autonomista, ossia Riccardo Zanella che intraprese una politica di allontanamento dall'Italia.

Con un colpo di mano, nel 1922, i Blocchi Nazionali presero il potere a Fiume e il governo legale scappò a Porto Re (Kraljevica) nel Regno di Jugoslavia.

Fiume verrà annessa a tutti gli effetti allo stato italiano solo nel 1924 dallo stesso Mussolini. Come nelle altre regioni annesse vi fu introdotta una politica di italianizzazione.

Riflessi politici

Stamp Fiume 1922 5c ovpt
Francobollo del 1922 con il visto dell'Assemblea costituente fiumana

Si nota in molti ambiti il favore del Fascismo nei confronti dell'esperienza fiumana, a partire dall'assorbimento delle tecniche di comunicazione di massa adottate dal Comandante (così veniva chiamato D'Annunzio durante l'Impresa di Fiume) e il metodo per impostare il personale carisma furono utilizzate anche da Mussolini (ad esempio le adunate oceaniche e molti slogan).

Dall'applicazione di talune disposizioni previste con la promulgazione delle leggi razziali del 1938, potevano essere esclusi, a discrezione del Ministro per l'Interno, fra gli altri, anche gli ex legionari fiumani.[21]

La popolarità di D'Annunzio al tempo era altissima, e non solo per la sua attività di letterato: lo stesso Lenin, contestando l'inattività dei socialisti italiani, definì D'Annunzio come uno degli uomini (insieme a Benito Mussolini e Filippo Tommaso Marinetti) in grado di realizzare la rivoluzione in Italia.[22][23]

La complessità dell'esperienza fiumana altro non era che lo specchio della contestuale complessità del primo dopoguerra, un'epoca in cui nasceva un movimento atipico come il fascismo: un movimento nazionalista e socialista, non marxista, legato a doppio filo con il sindacalismo rivoluzionario (vedi Sansepolcrismo e Fasci Italiani di Combattimento).

Roberto Vivarelli, storico socialista e docente di storia contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa, indica nell'Impresa di Fiume una svolta decisiva del processo di decadimento e di crisi dello Stato liberale: l'impresa contribuì a rendere pubblica ed esasperatamente chiara la realtà di uno Stato debole oberato da interessi di parte e spesso corrotto. In questo contesto Mussolini, appoggiò la sortita di D'Annunzio e ne sfruttò il momento propizio. Mussolini comprendeva l'intuito di D'Annunzio: l'impresa era la grande occasione per restituire all'Italia quella unità che il patto di Londra le aveva sottratto.[24]

D'Annunzio cercò appoggio politico in diverse fazioni (rifiutando però di incontrare Antonio Gramsci): il suo limite fu però soprattutto quello di mostrare scarsità di vedute in campo militare, considerata l'efficienza che avrebbero potuto avere gli Arditi, corpo speciale di assaltatori, nell'eventuale difesa di Fiume. Lo svolgersi degli eventi storici lascia intendere come ci sarebbe stato bisogno di difensori di una buona caratura militare, che invece evidentemente mancarono.

Proficua fu per contro la collaborazione tra D'Annunzio e Alceste De Ambris per quanto riguarda la Carta del Carnaro. De Ambris nel carteggio conferma il proprio intento di essere a fianco di D'Annunzio sotto la bandiera della libertà, ma in opposizione alla reazione[25], nel tentativo di trasformare l'impresa di Fiume in un laboratorio rivoluzionario per far affermare in Italia uno Stato impostato sui principi del sindacalismo rivoluzionario. Tale impostazione fu appoggiata dai nazionalisti discendenti dall'ala repubblicano-socialista-irredentista, nonché dallo stesso Mussolini.

Il rapporto tra D'Annunzio e Mussolini fu complesso: dopo la richiesta di reperire fondi per la Libera Repubblica Fiumana tramite Il Popolo d'Italia, realizzata poi con successo da Mussolini stesso, D'Annunzio si indispettì per l'approvazione del trattato di Rapallo, ammonendo i legionari a non aderire al fascismo fino al famoso volo dell'Arcangelo, episodio interpretabile in varie maniere, ma in cui D'Annunzio rischiò comunque la vita.

Il quadro storico e, soprattutto, l'atmosfera dell'Impresa di Fiume sono rappresentati dagli articoli dei giornali del periodo: su tutte La Testa di Ferro, di Mario Carli, e i manifesti dell'associazione Yoga di Guido Keller. In questo frangente Mario Carli è un personaggio di grande interesse, in quanto interpreta il doppio ruolo di artista e politico: fra i firmatari del Manifesto del futurismo, capitano degli Arditi, simpatizzante dei Bolscevichi a Fiume, radicale e ortodosso nel pensiero.

La posizione di Gramsci

In un articolo dell'ottobre 1919, Gramsci valutò l'impresa di Fiume come un sintomo di quel processo di disfacimento che (secondo lui) stava in quel periodo gravemente indebolendo lo Stato italiano; Gramsci, infatti, interpretava la fondazione della repubblica fiumana come una iniziativa di tipo secessionista nei confronti del regno d'Italia; per Gramsci, il fatto che un avventuriero come D'Annunzio avesse potuto sfidare in armi l'autorità del governo era un segnale significativo della incapacità della borghesia italiana a conservare integro lo Stato unitario; nella visione gramsciana, solamente il proletariato avrebbe potuto, soppiantando per via rivoluzionaria la borghesia come classe dominante, impedire la disgregazione definitiva dello Stato[26].

In un successivo articolo del gennaio 1921, Gramsci riaffermò la sua interpretazione della impresa di Fiume come "clamorosa prova delle condizioni di debolezza, di prostrazione, di incapacità funzionale dello Stato borghese italiano [...] in completo sfacelo"; osservò tuttavia che il Partito socialista non aveva saputo approfittare di tale situazione di debolezza dello Stato capitalistico (situazione che ora Gramsci riconosceva come temporanea) per rafforzare a fini rivoluzionari le posizioni del proletariato; Gramsci concludeva che la liquidazione della repubblica di Fiume compiuta da Giolitti aveva oggettivamente rafforzato lo Stato borghese e, di conseguenza, aveva indebolito politicamente la classe operaia[27].

In un articolo dello stesso periodo, Gramsci condanna duramente il "cinismo [...] triviale" del governo Giolitti, il quale, durante l'impresa di Fiume, aveva dipinto nella sua propaganda con i colori più foschi D'Annunzio e i suoi legionari, indicati alla pubblica esecrazione come saccheggiatori e nemici della patria; ma – continua Gramsci –, dopo la conclusione dell'avventura fiumana, quello stesso governo ora concedeva a D'Annunzio un esilio dorato nel suo "palazzo principesco" di Venezia, e accordava ai legionari una piena e completa amnistia. Viceversa, osserva Gramsci, lo stesso governo Giolitti, nel settembre 1920, aveva promesso solennemente clemenza agli operai che avevano occupato le fabbriche, mentre ora perseguitava ed incarcerava parecchi di loro "colpevoli solo di aver lavorato durante l'occupazione"[28].

Occorre aggiungere che nei primi mesi del 1921, quando l'offensiva violenta dello squadrismo era ormai pienamente dispiegata, Gramsci intravide una possibilità di approfittare tatticamente del dissidio in quel periodo esistente fra D'Annunzio e Mussolini, e di tentare un accordo con i legionari fiumani per formare una coalizione armata contro i fascisti; tale tentativo si concretizzò nell'aprile 1921 in un viaggio di Gramsci a Gardone Riviera per incontrare D'Annunzio; ma tale incontro (di cui si era fatto mediatore un legionario che frequentava la redazione de "L'Ordine Nuovo") non ebbe mai luogo[29]. Gramsci, pochi mesi prima, aveva cercato di analizzare i termini del contrasto tra dannunziani e fascisti: commentando una violenta zuffa avvenuta a Torino fra le due fazioni, Gramsci aveva osservato che, a differenza dei fascisti, i legionari erano tendenzialmente apolitici ed erano tenuti assieme dal solo vincolo della devozione personale a D'Annunzio; altra differenza tra fascisti e legionari (sempre secondo Gramsci) consisteva nell'estrazione prevalentemente borghese dei primi, mentre i secondi erano più che altro un "gruppo di spostati" senza una precisa collocazione di classe, i quali si illudevano di risolvere i loro problemi di sussistenza seguendo D'Annunzio nei suoi piani d'insurrezione militare[30].

Note

  1. ^ Leandro Castellani, L'impresa di Fiume, su Storia illustrata n° 142, Settembre 1969, pag. 34: "La cittadinanza .. aveva proclamato fino dal 30 ottobre 1918, all'indomani del conflitto, la propria volontà di unirsi all'Italia."
  2. ^ Giordano Bruno Guerri, D'Annunzio, Oscar Mondadori, Milano 2008 pag. 223
  3. ^ Leandro Castellani, L'impresa di Fiume, su Storia illustrata n° 142, Settembre 1969 pag. 35: "Sulle migliaia di giovani reduci senza lavoro le grandi parole fanno presto a far breccia."
  4. ^ L'impresa di Fiume, ilpost.it, 16 marzo 2014. URL consultato il 22 marzo 2014.
  5. ^ Marina Cattaruzza, L'Italia e il confine orientale, Società editrice Il Mulino, Bologna, 2007, pag. 147-148: "...il ritiro dei granatieri di Sardegna era accompagnato da parossistiche dimostrazioni di folla, vestita di bianco rosso e verde, con le donne che si gettavano in ginocchio dinanzi ai partenti supplicandoli di non lasciarle nelle mani dei croati e i bambini che si aggrappavano alle loro gambe e li afferravano per le mani."
  6. ^ Fonte: rigocamerano.org Archiviato l'11 marzo 2007 in Internet Archive.
  7. ^ Leandro Castellani, L'impresa di Fiume, su Storia illustrata n° 142, Settembre 1969 pag. 36
  8. ^ a b Roberto Vivarelli, Storia delle origini del fascismo, volume I, Il Mulino, 2012, pag. 563
  9. ^ Pietro Badoglio. Roma 1946., Rivelazioni su Fiume, Roma, 1946. URL consultato il 25 marzo 2016.
  10. ^ Giordano Bruno Guerri, D'Annunzio, Oscar Mondadori, Milano 2008 pag. 232: "Il Comandante riconosceva di averlo autorizzato a trattenere una cifra imprecisata per i suoi "combattenti".
  11. ^ Leandro Castellani, L'impresa di Fiume, su Storia illustrata n° 142, Settembre 1969 pag. 41: "L'episodio è talmente grave che induce Badoglio a scrivere a Roma chiedendo di essere rimosso dall'incarico. La richiesta è respinta.
  12. ^ Giordano Bruno Guerri, D'Annunzio, Oscar Mondadori, Milano 2008 pag. 245: "Il timore che la popolazione, ormai stanca, votasse in massa per il sì indusse i legionari più scalmanati a violenze e a intimidazioni apertamente tollerate da d'Annunzio".
  13. ^ Giordano Bruno Guerri, D'Annunzio, Oscar Mondadori, Milano 2008 pag. 245: "Le pressioni sui votanti si fecero sempre più gravi e perfino La Vedetta d'Italia, il giornale nazionalista che aveva sostenuto l'impresa dall'inizio, fu chiuso per qualche giorno perché favorevole al "modus vivendi"".
  14. ^ Mimmo Franzinelli e Paolo Cavassini, Fiume, l'ultima impresa di D'Annunzio, Le scie Mondadori, 2009 Milano, pag. 217
  15. ^ Giordano Bruno Guerri, D'Annunzio, Oscar Mondadori, Milano 2008 pag. 248: "Quattromila bambini furono sfollati e mandati in varie città del Nord, grazie grazie all'organizzazione dei Fasci di Combattimento e di gruppi patriottici femminili".
  16. ^ Mimmo Franzinelli e Paolo Cavassini, Fiume, l'ultima impresa di D'Annunzio, Le scie Mondadori, 2009 Milano, pag. 218
  17. ^ a b Erminio Fonzo, Storia dell'Associazione nazionalista italiana (1910-1923), Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2017, pp. 228-253, ISBN 978-88-495-3350-7.
  18. ^ Giordano Bruno Guerri, D'Annunzio, Oscar Mondadori, Milano 2008 pag. 257: "Gli stessi De Ambris e Mussolini giudicarono con favore il trattato, come i fiumani e l'opinione pubblica italiana, tutti stanchi di quell'avventura".
  19. ^ >
  20. ^ C. Silvestri, D'Annunzianesimo e fascismo a Trieste – in "Trieste" anno IV, n. 20 luglio-agosto 1957
  21. ^

    Art. 14. Il Ministro per l'interno, sulla documentata istanza degli interessati, può, caso per caso, dichiarare non applicabili le disposizioni dell'art 10, nonché dell'art. 13, lett. h): a) ai componenti le famiglie dei caduti nelle guerre libica, mondiale, etiopica e spagnola e dei caduti per la causa fascista; b) a coloro che si trovino in una delle seguenti condizioni:

    1. mutilati, invalidi, feriti, volontari di guerra o decorati al valore nelle guerre libica, mondiale, etiopica e spagnola; 2. combattenti nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola che abbiano conseguito almeno la croce al merito di guerra; 3. mutilati, invalidi, feriti della causa fascista; 4. iscritti al Partito Nazionale Fascista negli anni 1919-20-21-22 e nel secondo semestre del 1924; 5. legionari fiumani

    Provvedimenti per la difesa della razza italiana DECRETO-LEGGE 17 novembre 1938-XVII, numero 1728 Archiviato il 12 dicembre 2008 in Internet Archive.
  22. ^ "Voi socialisti non siete rivoluzionari. In Italia ci sono soltanto tre uomini che possono fare la rivoluzione: Mussolini, D'Annunzio e Marinetti". Cfr. E. Settimelli Mille giudizi di statisti, Erre, Milano e cfr. A. Schiavo Futurismo e Fascismo, Volpe, Roma, 1981
  23. ^ Giordano Bruno Guerri, D'Annunzio, Oscar Mondadori, Milano 2008 pag. 247: "Lo stesso Bombacci nel dicembre 1920 affermò che "il movimento dannunziano è perfettamente e profondamente rivoluzionario. Lo ha detto anche Lenin al Congresso di Mosca". In effetti sembra che Lenin avesse definito D'Annunzio "l'unico rivoluzionario in Italia", ma per bollare l'inettitudine dei socialisti, più che per lodarlo".
  24. ^ Il dopoguerra in Italia e l'avvento del fascismo (1918-1922) – 1: Dalla fine della guerra all'impresa di Fiume (Book, 1967), worldcat.org. URL consultato il 22 marzo 2014.
  25. ^ da La Conquista, presente in Claudia Salaris Alla festa della rivoluzione Il Mulino, Bologna
  26. ^ Antonio Gramsci, L'unità nazionale (articolo non firmato) in "L'Ordine Nuovo", anno I, n. 20, 4 ottobre 1919.
  27. ^ Antonio Gramsci, Fiume (articolo non firmato) in "L'Ordine Nuovo", 11 gennaio 1921; ora in Antonio Gramsci, Socialismo e fascismo. L'Ordine Nuovo 1921-1922, Einaudi, Torino 1978 (settima edizione), pp. 34-6.
  28. ^ Antonio Gramsci, Negazione di Dio (articolo non firmato) in "L'Ordine Nuovo", 6 gennaio 1921; ora in Antonio Gramsci, Socialismo e fascismo. L'Ordine Nuovo 1921-1922, Einaudi, Torino 1978 (settima edizione), pp. 23-4.
  29. ^ Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano. I. Da Bordiga a Gramsci, Einaudi, Torino 1967, pp 133-4.
  30. ^ Antonio Gramsci, Fascisti e legionari (articolo non firmato) in "L'Ordine Nuovo", 19 febbraio 1921; ora in Antonio Gramsci, Socialismo e fascismo. L'Ordine Nuovo 1921-1922, Einaudi, Torino 1978 (settima edizione), pp. 76-9.

Bibliografia

  • Mario Carli, Con D'Annunzio a Fiume, Facchi Editore, Milano 1920.
  • Giovanni Comisso, Il porto dell'amore, Stamperia Vianello, Treviso 1924.
  • Renzo De Felice, D'Annunzio politico (1918-1928), Roma-Bari, Laterza, 1978.
  • Massimiliano Di Mino e Pier Paolo Di Mino, Fiume di tenebra, l'ultimo volo di Gabriele D'Annunzio, Castelvecchi, Roma 2010.
  • Mimmo Franzinelli e Paolo Cavassini, Fiume: l'ultima impresa di D'Annunzio, Le scie Mondadori, Milano 2009.
  • Enrico Galmozzi, Il soggetto senza limite. Interpretazione del dannunzianesimo, Milano 1994.
  • Ferdinando Gerra, L'impresa di Fiume, Longanesi, Milano 1974.
  • Giordano Bruno Guerri, Disobbedisco. Cinquecento giorni di rivoluzione. Fiume 1919-1920, Milano, 2019.
  • Leone Kochnitzky, La quinta stagione o i centauri di Fiume, Zanichelli, Bologna 1922.
  • Mario Lazzarini, L'impresa di Fiume, Italia Editrice, Campobasso 1995
  • Michael A. Ledeen, D'Annunzio a Fiume, Laterza, Bari 1975.
  • Indro Montanelli, L'Italia in camicia nera, Rizzoli, Milano 1976.
  • George L. Mosse, L'uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, Laterza, Bari 1999.
  • Sandro Pozzi, Guido Keller nel pensiero e nelle gesta, Mediolanum, Milano 1933.
  • Giacomo Properzi Natale di sangue, D'Annunzio a Fiume, Mursia Editore, Milano (2010) ISBN 9788842544258
  • Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D'Annunzio a Fiume, Il Mulino, Bologna 2002.
  • Léon Kochnitzky, Vivere ardendo e non bruciarsi mai, a cura di Alberto Luchini, Edizioni di Ar, Padova, 2013
  • Silvia Luscia, Il capitano Fulvio Balisti, storia del capo della segreteria speciale di D'Annunzio a Fiume, Elison Publishing, 2018 ISBN 9788869631870

Bibliografia in ambito narrativo

Voci correlate

Collegamenti esterni

12 settembre

Il 12 settembre è il 255º giorno del calendario gregoriano (il 256º negli anni bisestili). Mancano 110 giorni alla fine dell'anno.

1919

Il 1919 (MCMXIX in numeri romani) è un anno del XX secolo.

Carta del Carnaro

La Carta del Carnaro (detta anche, in latino, Charta Quarnerina) fu la costituzione di stampo sindacalista della Reggenza italiana del Carnaro, scritta dal sindacalista socialista Alceste de Ambris e rielaborata nella forma ma non nella sostanza dal poeta Gabriele D'Annunzio, che venne promulgata l'8 settembre 1920 a Fiume durante gli ultimi mesi dell'impresa fiumana dell'autoproclamato Vate.

Domenico Acerbi

Domenico Acerbi (Venezia, 22 aprile 1900 – Venezia, 7 marzo 1984) è stato un aviatore e religioso italiano.

Pilota durante la prima guerra mondiale e volontario nella impresa di Fiume, divenne nel dopoguerra frate missionario in Brasile.

Elezioni amministrative a Fiume del 1919

Le elezioni amministrative a Fiume del 1919 si tennero il 26 ottobre, e videro la vittoria degli irredentisti.

Fatti di Traù

I "fatti di Traù" furono un tentativo irredentista, organizzato a Traù (Trogir) dal conte Nino Fanfogna nel 1919, e volto all'annessione della città dalmata al Regno d'Italia, similmente a quanto fatto da D'Annunzio a Fiume.

Gardone Riviera

Gardone Riviera (Gardù de Riera in dialetto gardesano) è un comune italiano di 2 631 abitanti della provincia di Brescia, in Lombardia. Ha una superficie territoriale con un'altimetria che varia dai 65 m s.l.m. ai 1.100 m s.l.m.

È una delle principali località turistiche del lago di Garda, caratterizzata dalla sua tipicità "mitteleuropea".

Famoso nel territorio il Vittoriale degli Italiani, dimora di Gabriele D'Annunzio divenuta attualmente una fondazione aperta al pubblico con circa 210.000 visitatori annuali.

Giovanni Comisso

Giovanni Comisso (Treviso, 3 ottobre 1895 – Treviso, 21 gennaio 1969) è stato uno scrittore italiano.

Intermezzo di rime

Intermezzo di rime è una raccolta di poesie pubblicata da Gabriele D'Annunzio nel 1884.

D'Annunzio abbandona la "metrica barbara" carducciana e si cimenta in altre forme metriche più chiuse e tradizionali. La sperimentazione caratteristica della poesia dannunziana è presente sia nei temi sia nella forma di queste poesie che presentano figure di donne degradate, amori lascivi e spinte scene di sesso. Intermezzo di rime è riconducibile al "periodo romano" dannunziano ed infatti così come Canto novo rifletteva la vita abruzzese di D'Annunzio, così "Intermezzo di rime" ne testimonia la frequentazione degli ambienti della più moderna società romana, ricercatrice di temi piccanti e soprattutto più aperta agli sperimentalismi della poesia decadente.

Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia

Il Risorgimento italiano fu celebrato da una serie di medaglie istituite dai tre sovrani che si succedettero durante il lungo processo di unificazione della penisola: la medaglia commemorativa delle campagne delle guerre d'indipendenza e le diverse versioni della medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia, che furono concesse dal Regno d'Italia a quanti avevano partecipato alle operazioni belliche che portarono all'indipendenza italiana e, successivamente, a tutti coloro che avevano partecipato alla prima guerra mondiale, in quanto fu in quella occasione che tradizionalmente si completò l'unità italiana con l'annessione del Trentino, della Venezia Giulia e dell'Istria.

Infine la medaglia fu conferita anche ai partecipanti all'impresa di Fiume ed alla marcia su Roma.

Mino Somenzi

Mino Somenzi (Marcaria, 19 gennaio 1899 – Roma, 19 novembre 1948) è stato un giornalista italiano.

Fu esponente fin dalla gioventù del movimento Futurista. Entrò in contatto con il Gruppo futurista mantovano e allo scoppio della prima guerra mondiale si arruolò volontario. Nel 1919 disertò per partecipare alla Impresa di Fiume sotto la guida di Gabriele D'Annunzio. Nell'ambiente estremista dei legionari inizia la sua attività giornalistica che diventerà la sua occupazione principale marginalizzando pittura e scultura. Aderì al fascismo e partecipò alla Marcia su Roma. Trasferitosi a Milano fondò e diresse nel 1923 l'Istituto fascista di propaganda nazionale e anche i periodici Barbapedana e Gente Nostra.

Il suo impegno a favore del futurismo continuò anche dopo il trasferimento a Roma avvenuto nel 1926. Nel 1929 fu tra i redattori de Manifesto dell'Aeropittura futurista con Marinetti, Balla, Fortunato Depero, Prampolini, Gerardo Dottori, Benedetta Cappa, Fillia e Tato.

Nel maggio 1932 fondò e diresse il periodico Futurismo, che, mantenendo uno stretto rapporto con Marinetti, divenne organo di stampa del Futurismo.

Nel 1933 organizza una mostra futurista a Palazzo Te di Mantova e la Prima mostra nazionale d'arte futurista a Piazza Adriana a Roma.

Con Marinetti e Angiolo Mazzoni, Mino Somenzi redige il Manifesto dell'Architettura Aerea che fu pubblicato il 27 gennaio 1934.

Il periodico futurista cambiò il suo nome in Sant'Elia nel 1934 e in Artecrazia nel 1935, e fu infine chiuso dal regime fascista perché ormai l'arte moderna era osteggiata in quanto non più conforme alla propaganda focalizzata sulla romanità.

Natale di sangue

Con Natale di sangue ci si riferisce agli scontri che ebbero luogo a Fiume intorno al Natale 1920. Esse opposero le truppe del Regio Esercito alle forze militari della autoproclamata Reggenza italiana del Carnaro guidata da Gabriele D'Annunzio e segnarono la fine dell'impresa di Fiume.

Notturno (D'Annunzio)

Il Notturno è un'opera in prosa lirica di Gabriele D'Annunzio, costituita da una raccolta di meditazioni e ricordi.

Reggenza italiana del Carnaro

La Reggenza italiana del Carnaro fu un'entità statuale proclamata dal poeta Gabriele D'Annunzio l'8 settembre 1920 nella città di Fiume. La proclamazione segnò il capitolo finale dell'impresa di Fiume condotta dallo stesso d'Annunzio allo scopo di annettere la città al Regno d'Italia.

La Reggenza italiana del "Carnaro", che doveva il suo nome al golfo in cui era situata, fu riconosciuta giuridicamente soltanto dalla Russia dei Soviet e fu sostituita dallo Stato libero di Fiume nel dicembre dello stesso anno. Lo scopo della sua proclamazione era unire Fiume al Regno d'Italia in conseguenza alla mobilitazione intorno al mito della vittoria mutilata, che fu causato dalla mancata annessione, dopo la prima guerra mondiale, come promesso dal Patto di Londra, anche della Dalmazia settentrionale.

Stato libero di Fiume

Lo Stato Libero di Fiume (in croato: Slobodna Država Rijeka) era una città-stato del XX secolo formata dalla sola municipalità di Fiume, esistita tra il 1920 e il 1924, e ora parte della Croazia.

Lo stato fu formato con ciò che era la previgente Reggenza italiana del Carnaro, erede della Città ungherese di Fiume, cui fu aggiunta una striscia di territorio costiero già istriano atto a permettere la connessione diretta con l'Italia. Lo Stato confinava infatti con Castua, Gellegne, Viscovo, Čavle, e il comune italiano di Mattuglie.

Trattato di Rapallo (1920)

Il trattato di Rapallo, firmato il 12 novembre 1920, fu un accordo con il quale l'Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni stabilirono consensualmente i confini dei due Regni e le rispettive sovranità, nel rispetto reciproco dei principi di nazionalità e di autodeterminazione dei popoli. Esso rappresentò la conclusione del processo risorgimentale di unificazione italiana sino al confine orientale alpino e l'annessione al Regno d'Italia di Gorizia, Trieste, Pola e Zara.

Trattato di Roma (1924)

Il Trattato di Roma fu firmato il 27 gennaio 1924 tra l'Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e sancì consensualmente la dissoluzione e la suddivisione dello Stato libero di Fiume, stabilendo il confine sul fiume Eneo.

Villa La Capponcina

Villa La Capponcina si trova in via della Capponcina 32 a Settignano, nel comune di Firenze.

Vittoria mutilata

La locuzione vittoria mutilata è una frase d'autore, coniata da Gabriele D'Annunzio, che fu adottata e utilizzata, nel primo dopoguerra, da una parte dell'opinione pubblica italiana, in particolare (ma non solamente) negli ambienti nazionalisti, interventisti, e reducisti, per riferirsi alla situazione deficitaria dei compensi territoriali ottenuti dall'Italia, dopo il suo contributo, nella prima guerra mondiale, alla vittoria dell'Intesa sugli Imperi Centrali nell'autunno del 1918, rispetto a quanto concordato per la sua entrata in guerra con l'Intesa.

Secondo Gaetano Salvemini la "Vittoria mutilata" assunse le dimensioni di un vero e proprio mito politico nel dopoguerra, andando a costituire una delle basi ideologiche che portarono alla nascita del Fascismo.

Questione fiumana
Gabriele D'Annunzio
Poetica
Imprese
Luoghi
Famiglia e persone legate
Opere di Gabriele D'Annunzio
Poesia
Romanzi, novelle e prose
Teatro
Prose autobiografiche
Oratoria politica
Cinema
Epistolari

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