Flavio Giuseppe

Tito Flavio Giuseppe, (in latino Titus Flavius Iosephus) nato Yosef ben Matityahu (AFI: jo'sɛf bɛn matit'jahu, in ebraico: יוסף בן מתתיהו?; Gerusalemme, 37-38 circa – Roma, 100 circa), è stato uno scrittore, storico, politico e militare romano di origine ebraica.

Conosciuto anche come Flavio Giuseppe, Giuseppe Flavio o semplicemente Giuseppe, scrisse quasi tutte le sue opere in greco.

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Tito Flavio Giuseppe

Biografia

Le notizie sulla vita di Flavio Giuseppe sono desunte dalla sua Autobiografia. Il suo nome ebraico era Yosef ben Matityahu ("Giuseppe figlio di Mattia"); il nome latino Titus Flavius Iosephus fu da lui assunto in seguito, al momento dell'affrancamento e conseguente conferimento della cittadinanza romana da parte dell'imperatore Tito Flavio Vespasiano.

Nato a Gerusalemme, nella Giudea romana, tra il 37 ed il 38 circa, nel primo anno di regno dell'imperatore Caligola, da una famiglia della nobiltà sacerdotale israelita, imparentata con la dinastia degli Asmonei,[1] Giuseppe ricevette una educazione tradizionale ebraica con un forte influsso della cultura greca e latina. In gioventù assunse posizioni politiche molto vicine al movimento dei farisei, molto osservante della Torah, ma ostile ai nazionalisti ebrei ed in particolare agli zeloti. Tra il 63 e il 65,[2] durante il periodo del grande incendio di Roma (sebbene non ne abbia mai fatto cenno), si recò nell'Urbe, dove fu ospite alla corte di Poppea[3] rimanendo impressionato dalla potenza militare e dal tenore di vita dei Romani.

Durante la prima guerra giudaica, iniziata nel 66, fu nominato capo militare delle forze ribelli in Galilea. Quando i ribelli, asserragliati dai romani a Iotapata, si resero conto dell'imminente sconfitta, pensarono subito al suicidio, pur di non cadere prigionieri nelle mani del nemico, ma Giuseppe li convinse dell'immoralità di tale gesto e propose in alternativa la possibilità che, a turno, ognuno di loro togliesse la vita all'altro; con un particolare e complesso stratagemma (conosciuto oggi in ambito matematico come il Problema di Giuseppe) riguardante l'ordine di questo ciclo di morti, riuscì a fare in modo da restare l'ultima persona in vita del gruppo di ribelli e, invece di uccidersi, si consegnò spontaneamente ai Romani. Durante l'incontro con il comandante delle forze romane in battaglia, Tito Flavio Vespasiano, Giuseppe gli predisse che sarebbe diventato imperatore:

In Giudea, mentre stava consultando l'oracolo del dio del Carmelo, le sorti confermarono a Vespasiano che avrebbe ottenuto tutto ciò che voleva e aveva in animo, per quanto fosse grande; ed un nobile tra i prigionieri di nome Giuseppe, mentre veniva messo in catene, affermò che lo stesso Vespasiano lo avrebbe liberato, quando fosse ormai [divenuto] imperatore.

(Svetonio, Vita di Vespasiano, 5)

Quando infatti Vespasiano dispose di mettere Giuseppe sotto custodia con ogni attenzione, volendo inviarlo subito dopo a Nerone,[4] il prigioniero dichiarò che aveva da fare un annuncio importante allo stesso Vespasiano, di persona ed a quattr'occhi. Quando il comandante romano ebbe allontanato tutti gli altri tranne il figlio Tito e due amici, Giuseppe gli parlò:[5]

Tu credi, Vespasiano, di aver catturato soltanto un prigioniero, mentre io sono qui per annunciarti un grandioso futuro. Se non avessi avuto l'incarico da Dio, conoscevo bene quale sorte spettava a me in qualità di comandante, secondo la legge dei Giudei: la morte. Tu vorresti inviarmi da Nerone? Per quale motivo? Quanto dureranno ancora Nerone ed i suoi successori, prima di te? Tu, o Vespasiano, sarai Cesare e imperatore, tu e tuo figlio. Fammi pure legare ancor più forte, ma custodiscimi per te stesso. […] e ti chiedo di essere punito con una prigionia ancor più rigorosa se sto mentendo, davanti a Dio.

(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, III, 8.9.400-402)

Sul momento Vespasiano rimase incredulo, pensando che Giuseppe lo stesse adulando per aver salva la vita, ma poi, sapendo che anche in altre circostanze Giuseppe aveva fatto predizioni esatte, fu indotto a ritenere che ciò che gli aveva annunciato fosse vero, avendo egli stesso in passato pensato al potere imperiale e ricevendo altri segnali che gli presagivano il principato. Alla fine non mise in libertà Giuseppe, ma gli donò una veste ed altri oggetti di pregio, trattandolo con ogni riguardo anche per le simpatie del figlio Tito.[5]

L'anno successivo (69 d.C.), quando Vespasiano fu acclamato imperatore dalle truppe di Giudea, Siria, Egitto, Mesia e Pannonia, ora che la fortuna era dalla sua parte e ne assecondava tutti i suoi desideri, rifletté sul giusto destino di essere stato fatto signore del mondo. Fra i molti presagi ricevuti da ogni parte a predirgli l'impero, si ricordò delle parole di Giuseppe, che aveva avuto il coraggio di chiamarlo imperatore quando Nerone era ancora in vita.[6] Sapendo che Giuseppe era ancora in prigione, convocò Muciano assieme ad altri generali e amici e, dopo aver ricordato loro la sua perizia militare nell'assedio di Iotapata, accennò alle predizioni di Giuseppe, che al momento aveva sottovalutato, ma che nei fatti risultarono verificate, cosicché sembrò che fossero di origine divina.[6]

Mi sembra vergognoso che chi mi ha predetto l'impero […] sia ancora in prigionia con le catene.

(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.7.626)

Detto ciò, fece condurre Giuseppe al suo cospetto e diede ordine di togliergli i ceppi. Tito, che stava assistendo alla scena a fianco del padre, gli suggerì:[6]

Padre è giusto che Giuseppe venga liberato, oltre che dei ceppi anche della vergogna. Se noi non slegheremo le sue catene, ma al contrario le spezzeremo, dimostreremo che egli non è mai stato incatenato. Così accade a chi è stato incatenato ingiustamente.

(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.7.628)

Vespasiano accolse la richiesta del figlio e la catena venne spezzata a colpi di scure. Così Giuseppe, ricevuta la libertà, poté godere del credito di profeta[6] e si legò alla famiglia del princeps, cambiando il suo nome in Flavio Giuseppe.

Flavio Giuseppe venne usato dai romani a fini propagandistici, per convincere i ribelli ad arrendersi. Trascorse il resto della sua vita a Roma, scrivendo opere che avevano un carattere filo-romano, ma che spiegavano ai lettori anche la storia e le credenze degli ebrei. I suoi scritti sono estremamente importanti dal punto di vista storico, poiché sono la principale fonte di informazioni che abbiamo sulla Giudea del I secolo. Morì intorno all'anno 100.

Mentre gran parte degli ebrei contemporanei considerarono Flavio Giuseppe come un traditore e apostata, taluni ritengono che egli, in un periodo nel quale le forze esterne minacciavano la totale distruzione del monoteismo ebraico, abbia perseguito con lucidità il fine della sua conservazione, al prezzo di compromessi con il mondo vincente alessandrino-romano[7].

Opere

WorksJosephus1640TP
Una edizione del 1640 delle opere di Flavio Giuseppe tradotte da Thomas Lodge.

Antichità giudaiche

In Antichità giudaiche Flavio Giuseppe racconta la storia del popolo ebraico dalle origini fino all'epoca immediatamente precedente la guerra giudaica del 66-70. Quest'opera contiene preziose notizie relative ai movimenti religiosi del giudaismo del I secolo, come gli Esseni, i Farisei e gli Zeloti.

Il Libro XX (da 197 e seguenti) contiene il racconto della dinastia di Anano e del martirio di Giacomo, fratello di Gesù "soprannominato il Cristo" (Libro XX, 200). Essa contiene anche il cosiddetto Testimonium flavianum, ovvero un breve passo che menziona la predicazione e la morte di Gesù, confermando sostanzialmente il resoconto dei Vangeli. Benché questo passo sia considerato da alcuni storici, tra i quali E. Schürer[8] e H. Chadwick[9], in tutto o in parte, una falsificazione inserita in epoca cristiana, esso fu conservato nell'originale greco da parte della Chiesa cristiana; mentre uno studio del 1971 di Shlomo Pines dell'Università Ebraica di Gerusalemme su un codice arabo del X secolo sembra confermare che si tratti di un riferimento al Gesù Cristo dei Vangeli[10].

Le crocefissioni erano supplizi pubblici aventi lo scopo di dissuadere chiunque intendesse emulare le gesta dei condannati, disposti dalle autorità che rappresentavano l'Imperatore, pertanto le incriminazioni, come informative scritte, dovevano essere registrate negli Atti del Sinedrio essendo avvenimenti che riguardavano direttamente gli Ebrei, la loro religione e i loro sacerdoti;, nelle opere di Giuseppe Flavio tuttavia non viene citato il Sinedrio nel I secolo, sino al “martirio” di Giacomo il Minore nel 62 d.C.

Giuseppe Flavio scandì gli annali giudaici con i nominativi dei Sommi Sacerdoti del Tempio (in carica uno per anno), così come lo storico Cornelio Tacito fece con i nomi dei Consoli per le sue opere sulla Storia di Roma. Nelle "Antichità Giudaiche" vengono puntualmente riportate tutte le nomine e sostituzioni dei Sommi Sacerdoti del Tempio, ad eccezione del periodo compreso fra il 19 e il 36 d.C.: riportano tuttavia, nel libro XVIII, che Anna e Caifa furono in carica dal 6 al 15 e dal 18 al 36 d.C., molto più a lungo di un anno, così come nei Vangeli).

Guerra giudaica

Iosephus - De bello Iudaico, adi 6 di Luglio MCCCCLXXXXIII - 1577110
De bello Iudaico, Firenze, Bartolomeo de’Libri, 6 luglio 1493. Prima edizione italiana dell’opera. Traduzione anonima.

Nella Guerra giudaica Flavio Giuseppe racconta lo svolgersi della rivolta contro i Romani scoppiata nel 66 e repressa nel 70 (ma alcuni focolai di resistenza durarono ancora per i due-tre anni successivi) dalle legioni comandate da Vespasiano e da suo figlio Tito.

Flavio Giuseppe sostenne che la rivolta era opera di una piccola banda di zeloti e non, come generalmente si riteneva, una insurrezione popolare. Tuttavia, a causa della presunta volontà di attirarsi i favori dei Romani scrivendo testi ad essi favorevoli, oggi gli Ebrei non riconoscono validità storica ai suoi scritti (che tendevano anche a celare le sue responsabilità nell'insuccesso militare). Emerge dai suoi scritti anche una evidente ammirazione per l'Impero romano, il nemico che aveva sconfitto il suo popolo:

Un popolo [quello dei Romani] che valuta le situazioni prima di passare all'azione e che, dopo aver deciso, dispone di un esercito tanto efficiente: non meraviglia se i confini del suo impero sono individuati, ad Oriente dall'Eufrate, dall'oceano ad occidente, a settentrione dal Danubio e dal Reno? Senza compiere esagerazioni, potremmo dire che le loro conquiste sono inferiori ai conquistatori.

(Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, III, 5.7.107.)

Descrisse anche gli ultimi giorni della fortezza ebraica di Masada, dove la maggior parte di coloro che la stavano difendendo si suicidò.

Opere minori

Nei due libri Contro Apione un grammatico alessandrino, che aveva scritto contro gli ebrei, riprese i motivi tradizionali dell'apologetica giudaica sull'antichità e sulla superiorità degli ebrei rispetto ai greci.

Giuseppe scrisse anche un'Autobiografia, nella quale difendeva la sua reputazione nei confronti dei correligionari ebrei, che lo consideravano un traditore.
Coerente con le Antichità Giudaiche:

[247] Quando Erode ebbe il regno dai Romani fu abbandonata la prassi di nominare sommi sacerdoti della linea degli Asmonei e, con la sola eccezione di Aristobulo, vennero nominate persone insignificanti che erano semplicemente di discendenza sacerdotale

(Antichità Giudaiche, Libro XX, 247)

in cui mostra la sua opinione per le famiglie sacerdotali diverse da quella Asmonea-Maccabea, nell'Autobiografia afferma la discendenza sia da parte di madre che di padre, enfatizzando che questa risale alla prima delle 24 famiglie sacerdotali (Ioarib).

Da noi l'eccellenza della stirpe trova conferma nell'appartenenza all'ordine sacerdotale. La mia famiglia non solo discende da sacerdoti, ma addirittura dalla prima delle ventiquattro classi che già di per sé è un segno di distinzione, e, all'interno di questa, dalla più illustre delle tribù. Inoltre, da parte di madre, sono imparentato con la famiglia reale, giacché i discendenti di Asmoneo (i Maccabei), dei quali lei è nipote, detennero per lungo tempo il sommo sacerdozio e il regno del nostro popolo. Questa è la mia genealogia, e la esporrò. Nostro bisavolo fu Simone il Balbuziente, visse al tempo di colui che per primo tra i sommi sacerdoti ebbe nome Ircano (134 a.C.). Simone il Balbuziente ebbe nove figli, dei quali uno, Mattia, chiamato figlio d'Efeo, prese in moglie una figlia del Sommo Sacerdote Gionata, il primo fra gli Asmonei a rivestire il sommo sacerdozio e fratello del Sommo Sacerdote Simone. Durante il primo anno del regno di Ircano, a Mattia, figlio d'Efeo, nacque un figlio: Mattia detto il Gobbo. Da costui, nel nono anno del regno di Alessandra, nacque Giuseppe, e da Giuseppe nacque Mattia, nel decimo anno del regno di Archelao (6 d.C., anno del censimento di Quirinio), infine, da Mattia nacqui io, il primo anno del regno di Gaio Cesare (37 d.C.)

(Bios 1,1-5)

Il brano non fornisce informazioni per ricostruire la discendenza da parte di madre, dagli Asmonei. I due libri dei Maccabei ricostruiscono la genealogia dei sommi sacerdoti del periodo asmonìta, ma non fanno menzione di mogli ed eventuali figlie (con il consueto patronimico "bar"="figlio di"). Ciò accade sia per Gionata Maccabeo, che per i fratelli Giuda e Simone. Perciò, non vi sono elementi per verificare nel testo biblico se una figlia del sommo sacerdote Gionata fosse stata sposata a un antenato di Flavio Giuseppe.

Controversie sulla figura di Giuseppe

Alcuni studiosi alternativi hanno avanzato l'ipotesi che il personaggio di Giuseppe di Arimatea, pur collocato in uno scenario storico diverso, sia basato in parte su Flavio Giuseppe. Basano l'ipotesi sul fatto che Giuseppe di Arimatea nel vangelo apocrifo di Barnaba è chiamato "Giuseppe di Barimatea", che sarebbe una storpiatura di Joseph bar Matthias, il nome aramaico di Giuseppe Flavio, oltre che sulla contestata identificazione - ritenuta da essi errata - di Arimatea con Ramla.[11][12] Questa ipotesi è basata anche sulla somiglianza tra alcuni brani dei Vangeli e un passo dell'Autobiografia di Giuseppe Flavio, che allude a un uomo crocifisso "sopravvissuto"[13]:

C'era un uomo, di nome Giuseppe, che era membro del Consiglio, uomo giusto e buono, il quale non aveva acconsentito alla deliberazione e all'operato degli altri. Egli era di Arimatea, città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. E, trattolo giù dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo mise in una tomba scavata nella roccia, dove nessuno era ancora stato deposto.

(Vangelo di Luca, 23,50-53)

In seguito, inviato dal Cesare Tito, con Cereale e mille cavalieri, a un villaggio chiamato Tekoa, per verificare se il luogo era adatto ad accogliere un campo trincerato, poiché ripartendone vidi molti prigionieri crocifissi e ne riconobbi tre che erano stati miei amici, ne ebbi il cuore straziato e mi recai piangendo a dirlo a Tito. Egli ordinò immediatamente che fossero tirati giù e che ricevessero le cure più attente. Due, nonostante le cure, morirono, ma il terzo sopravvisse.

(Flavio Giuseppe, Autobiografia, 75.420-421)

Pierre Vidal-Naquet coniò il sintagma "bon usage de la trahison" (buon uso del tradimento) per comprendere il comportamento di Giuseppe Flavio quando evitò con uno stratagemma di togliersi la vita, venendo meno al giuramento fatto ai suoi commilitoni, per poi divenire un attivo collaboratore dell'Impero e impersonare così il prototipo dell'apostata della Nazione giudea: la tattica, sicuramente obliqua e opaca, si sarebbe rivelata nondimeno vincente, perché grazie ad essa Giuseppe, risparmiando la sua esistenza, riuscì nelle sue opere e soprattutto nella Guerra giudaica a magnificare la forza d'animo e il coraggio della sua stirpe e tramandare il ricordo del suicidio in massa degli eroici difensori dell'ultimo caposaldo della resistenza ebraica (Masada) contro le legioni di Vespasiano avvenuto nel 74 d. C.[14].

Note

  1. ^ Flavio Giuseppe, Autobiografia, 2-5.
  2. ^ Flavio Giuseppe, Autobiografia, 1-5; 3-13.
  3. ^ Flavio Giuseppe, Autobiografia, 3-16.
  4. ^ Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, III, 8.8.
  5. ^ a b Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, III, 8.9.
  6. ^ a b c d Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.7.
  7. ^ G. Giorello, Il tradimento in politica, in amore e non solo, Longanesi, Milano 2012, pp. 13-18.
  8. ^ E. Schürer, The History of the Jewish People in the Age of Jesus Christ (175 B.C.- A.D. 135), 4 vols., Edimburgo: T.& T.Clark, 1973-87.
  9. ^ H. Chadwick, The Early Church, II edizione, Londra: Penguin, 1993.
  10. ^ Shlomo Pines, An Arabic version of the Testimonium Flavianum and its implications. Israel Academy of Sciences and Humanities, 1971.
  11. ^ Was Joseph of Arimathea Flavius Josephus, su gospelofthomas.org. URL consultato il 25 aprile 2014 (archiviato dall'url originale il 26 aprile 2014).
  12. ^ Una possibile antistoria del cristianesimo Archiviato il 1º luglio 2012 in Internet Archive.
  13. ^ Un crocifisso risorto
  14. ^ Flavius Josèphe, La guerre des Juifs, précédé par P. Vidal-Naquet, "Du bon usage de la trahison", Editions de Minuit, 1977. Sul punto si veda anche T. M. Jonquière, "Josephus at Jotapata: Why Josephus Wrote What He Wrote", in Flavius Josephus. Interpretation and History. Edited by J. Pastor, P. Stern and M. Mor, Leiden-Boston, Brill, 2011, pp. 217-226.

Edizioni italiane

  • Delle Antichità Giudaiche, tradotte dal greco e illustrate con note dall'abate Francesco Angiolini piacentino, Firenze, 1840; ristampa anastatica, 2 voll., Brenner, Cosenza, 1995.
  • Antichità giudaiche [Ioudaike Archaiologia, Antiquitates Iudaicae], a cura di Luigi Moraldi, Collana Classici delle Religioni, 2 voll., Torino, UTET, 1998, ISBN 978-88-02-05252-6. ; Collana Classici del pensiero n.33, UTET, 2006 - UTET, 2013 ISBN 978-88-418-9766-9.
  • Autobiografia. Testo greco a fronte, traduzione di e note cura di Giorgio Jossa, M. D'Auria Editore, Napoli, 1992-1993, ISBN 978-88-7092-089-5.
  • Autobiografia [Iosepou Bios, Vita], testo greco a fronte, introd. trad. e note a cura di Elvira Migliario, Milano, Mondadori, 1994.
  • Autobiografia, Collana Classici greci e latini n.961, Milano, BUR, 1994, ISBN 978-88-17-16961-5. ; Fabbri Editori, Milano, 2001.
  • Flavius Iosephus, De bello Iudaico, Impresso in Firenze, Bartolomeo de' Libri, 1493. URL consultato il 24 giugno 2015.
  • La guerra giudaica. Volume I [Peri tou Ioudaikou polemou], a cura di Giovanni Vitucci, con testo a fronte, Fondazione Lorenzo Valla, Milano, Mondadori, 1974, ISBN 978-88-04-11824-4. ; Collana Biblioteca, Mondadori, Milano, 1982; Collana Biografie e Storia, Mondadori, Milano, 1991; Collana Oscar Classici n.347, Mondadori, Milano, 1995 ISBN 978-88-04-40688-4.
  • La guerra giudaica. Volume II, a cura di Giovanni Vitucci, con testo a fronte, Fondazione Lorenzo Valla, Milano, Mondadori, 1977.
  • Storia dei Giudei da Alessandro Magno a Nerone (libri XII-XX), introduzione, trad. e note di M. Simonetti, Collana i Meridiani.Classici dello Spirito, Milano, Mondadori, 2002, ISBN 978-88-04-50314-9.
  • Contro Apione. Testo greco a fronte [Contra Apionem], a cura di Francesca Calabi, Genova, Marietti 1820, 2007, ISBN 978-88-211-6350-0.

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Antichità giudaiche

Antichità giudaiche (in latino Antiquitates iudaicae) è un'opera dello storico giudeo romanizzato Flavio Giuseppe, scritta in greco ellenistico nel 93-94 d.C. circa.

Caligola

Gaio Giulio Cesare Augusto Germanico (in latino Gaius Iulius Caesar Augustus Germanicus; nelle epigrafi: C•CAESAR•AVG•GERMANICVS•PON•M•TR•POT; Anzio , 31 agosto 12 – Roma , 24 gennaio 41), regnante con il nome di Gaio Cesare e meglio conosciuto con il soprannome di Caligola, è stato il terzo imperatore romano, appartenente alla dinastia giulio-claudia. Regnò per meno di quattro anni dal 37 al 41, anno della sua morte.

Le fonti storiche antiche note hanno tramandato di Caligola un'immagine di despota, sottolineandone stravaganze, eccentricità e depravazione. Lo si accusa di aver dilapidato il patrimonio accumulato dal predecessore, per quanto ciò avvenne anche per ottemperare ai lasciti testamentari stabiliti da Tiberio e per offrire al popolo giochi, denaro e cibo. Le sue stravaganze, ispirate all'autocrazia dei monarchi orientali ellenistici e al disprezzo per la classe senatoria, non furono molto diverse dalla vendetta che Tiberio stesso mise in atto negli ultimi anni del suo principato.

D'altra parte ci sono aspetti che dimostrano che la sua amministrazione iniziale ebbe anche dei lati positivi, come la riduzione della tassa sulle vendite (centesima rerum venalium), la realizzazione e ristrutturazione di alcune opere pubbliche. Negli ultimi tempi diede segni di squilibrio mentale, tanto da indurre a credere che soffrisse di una malattia degenerativa. Fu assassinato a soli 28 anni da alcuni soldati della guardia pretoriana.

Farisei

La corrente dei farisei costituisce il gruppo politico-religioso giudaico più significativo nella Giudea del periodo che intercorre all'incirca tra la rivolta dei Maccabei contro il regno seleucide (II secolo a.C.) e la prima guerra giudaica (70 d.C.).

Essi, in vari momenti, si identificavano come un partito politico, un movimento sociale ed una scuola di pensiero; insieme ad esseni, sadducei e zeloti, i farisei erano il partito o filosofia di maggior importanza durante il periodo del Secondo Tempio.

I conflitti tra farisei e sadducei hanno avuto luogo nel contesto di conflitti sociali e religiosi tra ebrei molto più ampi e di lunga data, risalenti alla cattività babilonese e aggravati dalla conquista romana. Un conflitto era di ceto, tra ricchi e poveri, poiché i sadducei includevano principalmente le famiglie sacerdotali e aristocratiche. Un altro conflitto era culturale, tra chi favoriva l'ellenizzazione e coloro che la osteggiavano. Un terzo era giuridico-religioso, tra chi enfatizzava l'importanza del Secondo Tempio con i suoi riti e servizi cultuali, e coloro che sottolineavano l'importanza di altre Leggi mosaiche. Un quarto punto di conflitto, specificamente religioso, coinvolgeva diverse interpretazioni della Torah e come applicarle alla vita ebraica, con i sadducei che riconoscevano solo la Torah scritta e respingevano le dottrine della Torah orale e della risurrezione dei morti.Le testimonianze più note sui farisei sono costituite dal Nuovo Testamento e dalle opere dello storico Flavio Giuseppe (37 – ca. 100 d.C.), egli stesso dichiaratosi fariseo. Poiché, tuttavia, l'ebraismo rabbinico o moderno (cfr. infra) è essenzialmente derivato dal farisaismo, anch'esso ci attesta molti aspetti della dottrina e del pensiero di tale corrente spirituale. Giuseppe stimava la popolazione totale dei farisei prima della distruzione del Secondo tempio a circa 6 000 ("exakischilioi"). Affermava inoltre che i farisei ricevevano il supporto del popolino, in contrasto apparentemente con la più elitaria corrente dei sadducei:

I farisei si attribuivano autorità mosaica nelle loro interpretazioni delle Legge ebraiche (Halakhah), mentre i sadducei rappresentavano l'autorità dei privilegi sacerdotali e delle prerogative stabilite sin dai tempi di Salomone, quando Zadok, loro avo, officiava come Sommo Sacerdote. Il termine "popolo" usato da Flavio Giuseppe indica chiaramente che la maggioranza degli ebrei erano "semplicemente popolo ebraico", separandoli e rendendoli indipendenti dai principali gruppi liturgici (da lui descritti nel Libro XVIII supra). Il Nuovo Testamento inoltre fa spesso riferimento alla gente comune, al popolo, indicando che l'identità ebraica era indipendente e più forte di questi gruppi. Nella sua Lettera ai Filippesi, Paolo di Tarso asserisce che dei cambiamenti si erano verificati nelle sette liturgiche della diaspora, identificandosi tuttavia ancora come "giudeo" o "ebreo",

Ma la posizione di Paolo di Tarso e il giudaismo è ancora in discussione.Al di fuori della storia ebraica e relative documentazioni, i farisei sono citati nel Nuovo Testamento in conflitto con Giovanni Battista e con Gesù. Esistono inoltre numerosi riferimenti nel Nuovo Testamento a Paolo di Tarso come fariseo. Tuttavia, la relazione tra primo cristianesimo ed i farisei non è stata sempre ostile: per esempio Gamaliele viene spesso citato quale leader farisaico favorevole ai cristiani. Le tradizioni cristiane sono state comunque causa di diffusa consapevolezza dei farisei.

Giacomo il Minore

Giacomo il Minore (5 – Gerusalemme, 62) è stato uno dei dodici apostoli di Gesù.

Guerra giudaica (Flavio Giuseppe)

La Guerra giudaica (lingua greca: Ἱστορία Ιουδαϊκοῦ πολέμου πρὸς Ῥομαίους, Historía Ioudaïkoû polémou pròs Rhοmaíous, «Storia della guerra dei Giudei contro i Romani»; lingua latina: : Bellum iudaicum) è un'opera dello storico romano di origine ebrea Flavio Giuseppe pubblicata nel 75 in greco ellenistico e che racconta la storia di Israele dalla conquista di Gerusalemme da parte di Antioco IV Epifane (164 a.C.) alla fine della prima guerra giudaica (74).

Guerra giudaica di Pompeo

La guerra giudaica di Pompeo rappresenta una delle fasi finali della terza guerra mitridatica combattuta tra il generale romano ed i due regnanti in Giudea, Giovanni Ircano II e Aristobulo II, nel 63 a.C.. Tale guerra portò all'occupazione romana dei loro territori.

Istieo (storico)

Istieo o Estieo (in greco antico: Ἱστιαῖος, Histiâios o in greco antico: Ἑστιαῖος, Hestiâios; ... – ...) è stato uno storico greco antico.

Jochanan Ben Zakkai

Yochanan ben Zakkai (I secolo a.C. – Jabneh, I secolo) è stato un rabbino ebreo, una delle principali figure del periodo che seguì la distruzione del Secondo Tempio (I secolo d.C.).

Yochanan Ben Zakkai, che era discepolo di Hillel, era favorevole a che Gerusalemme assediata si arrendesse ai romani, ma gli Zeloti non erano d'accordo. Perciò egli fu portato fuori dalla città dai suoi seguaci, chiuso in una bara, fingendosi morto, e portato davanti al comandante romano Vespasiano. Yochanan chiese che l'accademia rabbinica di Javneh venisse risparmiata dai romani quando essi avessero sconfitto la rivolta ebraica. Fu qui che, quando il Tempio cadde in rovina, lui e i suoi colleghi ricostruirono il giudaismo insegnando che le buone azioni avevano sostituito il potere espiatorio dei sacrifici rituali.

Il nome ebraico Yochanan ben Zakkai, traslitterato in italiano è Giovanni figlio di Zaccheo. Il significato del nome Giovanni è "grazia di Yahweh" , mentre Zaccheo, in aramaico antico, significa il "giusto", il corrispondente dell'ebraico "zaddik" o "tzaddik" . Zaccheo è un diminutivo di Zaccaria (Zekarya in ebraico). Il nome Yochanan è una contrazione di Jehochanan o Jehohanan. Yochanan talvolta si ritrova anche traslitterato in Yohanan o Ioanan .

Secondo il "Talmud", Yochanan ben Zakkai visse 120 anni, dal 40 a.C., fino all'80 d.C. La sua vita sarebbe suddivisa in tre improbabili periodi di 40 anni ciascuno, tra i quali solo nell'ultimo periodo avrebbe predicato.

Sempre secondo il "Talmud", Yochanan aveva 6 discepoli (principali): Hanina Ben Dosa (Anania figlio di Dosa), Eliezer ben Hyrcanus (Lazzaro figlio di Ircano), Joshua ben Hananiah (Giosuè figlio di Anania), Yosi (Iose, diminutivo di Giuseppe, Yosef in ebraico), Shiméon ben Nathanel (Simeone figlio di Nataniele/Natanaele) ed Eleazar ben Arakh (Eleazaro/Eleazzaro/Lazzaro figlio di Arakh).

Il primo fra questi discepoli, Hanina ben Dosa, curò il figlio di Yochanan. Comunque il figlio del rabbino ("rabbì" in ebraico) Yochanan ben Zakkai morì prima del padre ("abbà" in aramaico antico, vedi il "Nuovo Testamento", il termine con cui Gesù il Cristo si riferisce al Dio degli Ebrei).

Sono state avanzate diverse ipotesi circa l'identità di Yochanan e dei suoi discepoli. Zakkai, il padre di Yochanan, è stato identificato con Zaccheo il pubblicano neotestamentario di Gerico .

Moltre altre teorie sono state avanzate, anche se le "prove" a sostegno di queste sono scarse o inesistenti: per esempio Zakkai è stato identificato con Zaccaria, padre del Battista. Lo stesso Yochanan è stato identificato con Jehochanan me-Gush Halav (Giovanni di Giscala), con Giovanni Battista e con l'apostolo Giovanni Evangelista.

Queste tre identificazioni devono essere errate per i seguenti motivi: Giovanni di Giscala combatté con i rivoluzionari ebrei durante la Prima guerra giudaica , mentre Yochanan ben Zakkai si oppose ad essa. Giovanni Battista nacque nell'8 a.C. () e morì sotto Tiberio (principe/imperatore dal 14 d.C. al 37 d.C.), mentre Yochanan nacque, almeno secondo il "Talmud", nel 40 a.C. e morì nell'80 d.C. Inoltre, Giovanni Evangelista morì intorno al 100 d.C. e scrisse il suo libro delle rivelazioni (), dopo l'80 d.C., data in cui morì Jehochanan ben Zakkai.

È invece interessante il nome di uno dei discepoli di Yochanan ben Zakkai, Eliezer ben Hyrcanus. Eliezer è una variante di Eleazar.

Dalla "Guerra Giudaica" di Flavio Giuseppe (Yosef ben Mattàt) apprendiamo che nello stesso periodo di Eliezer, ossia durante la Prima Rivolta Giudaica visse Eleazar Ben Yair (Lazzaro figlio di Giàiro, identificato da Luigi Cascioli ne "La Favola di Cristo" con l'evangelico Lazzaro di Betania). Da Flavio Giuseppe sappiamo che Eleazar ben Jair discendeva da Giuda di Gamala (noto anche come Giuda di Galilea o Giuda il Galileo). Giuda era figlio di Ezechia che era figlio dell'asmoneo Ircano II . La madre di Lazzaro di Betania, Eucaria , era discendente degli Asmonei.

Ircano pertanto era un nome di famiglia per Eleazar ben Jair (la cui identificazione con Lazzaro di Betania pare quanto meno plausibile, considerando la comune discendenza asmonea). Per quanto riguarda l'omonimo Eliezer discepolo di Yochanan ben Zakkai, ricordiamo che viene chiamato ben Hyrcanus, cioè "figlio di Ircano", anche se spesso il termine "ben" va tradotto come "discendente di".

In ogni caso, se accettiamo che Eliezer e Eleazar possano essere la stessa persona, Ircano, padre di Eliezer/Eleazar, si sarebbe chiamato anche Jair/Giàiro? No, perché Jair era un titolo sacerdotale attribuito ai discendenti del mitico Ira lo Iairita.

Questa identificazione pertanto ci sembra la più plausibile tra quelle proposte.

Manetone

Manetone (in greco: Μανέθων, Manethōn, o Μανέθως, Manethōs; in latino: Manĕthō) si ritiene sia stato uno storico e sacerdote greco antico originario di Sebennito (in egizio: Djebnetjer) vissuto in epoca tolemaica, all'inizio del III secolo a.C..

Menahem l'Esseno

Menahem l'Esseno (in ebraico: מנחם‎?, Menahem; ...) era un saggio ebreo Tanna vissuto alla fine dell'era Zugot.

Era "appaiato" (per cui: "Zugot", paia) con Hillel il Vecchio e officiava quale Av Beit Din. La Mishnah, Trattato "Hagigah" 16b, afferma che "andò oltre [via]", e quindi fu rimpiazzato da Shammai, che a quel punto diventò il secondo del "paio" con Hillel.

Il Talmud babilonese menziona una disputa tra saggi su dove Menahem andò "oltre", cioè dove andò a finire. Abbaye asserisce che "andò via, verso il male di una cattiva cultura" (Hagigah, 16b), mentre Rava scrive che "andò fuori, al servizio del Re (Dio)" (Hagigah, 16b). La Gemara cita una frase da un insegnamento Baraita, che sostiene l'opinione di Rava: "Quindi si insegna anche: Menahem andò fuori al servizio del Re [Dio], e con lui andarono ottanta paia di discepoli [regalmente] vestiti di seta" (Hagigah, 16b).

il Talmud di Gerusalemme cita un'altra opinione, che Menahem accettò di esser nominato in una posizione ministeriale per poter revocare disposizioni governative contro lo studio [della Torah] (Yer. Hagigah, 2:2).

Si pensa inoltre che il "Menahem" registrato nella Mishnah sia quello citato da Flavio Giuseppe nelle sue Antichità giudaiche (Lib. 19, Cap. 10:5), dove racconta una storia di certo 'Menahem' della setta degli Esseni. Secondo Flavio Giuseppe, quando Menahem vide il giovane Erode il Grande che andava a scuola, gli diede una pacca sulla schiena e lo apostrofò, annunciandogli che avrebbe regnato con successo, nonostante Erode non fosse nel lignaggio reale. Quando poi Erode divenne re, chiese a Menahem quanto sarebbe stato lungo il suo regno. Inizialmente Menahem non rispose, al che Erode insistette dicendo "Il mio regno durerà dieci anni?". Menahem rispose che Erode avrebbe regnato per lo meno 30 anni, ma non ne specificò esattamente il numero. Erode si compiacque della risposta di Menahem e lo congedò con una stretta di mano, dopodiché concesse onori speciali agli Esseni.

Nabatei

I Nabatei furono un popolo di commercianti dell'Arabia antica, insediati nelle oasi del Nord Ovest cui al tempo di Flavio Giuseppe fu dato il nome di Nabatene, indicando approssimativamente l'area che fungeva da confine fra la Siria e l'Arabia, dall'Eufrate al mar Rosso. La rete mercantile da essi efficacemente controllata e gestita metteva in comunicazione il sud e il nord della Penisola araba e permetteva di commercializzare nell'area mediterranea prodotti ad alta utilità marginale, provenienti dalla lontana India e dalle regioni circonvicine.

Numero fortunato

In teoria dei numeri, un numero fortunato è un numero naturale in un insieme generato da un "crivello" simile al crivello di Eratostene che genera numeri primi.

Si inizia con una successione di numeri interi a partire da 1:

1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25

Si eliminano dunque tutti i secondi numeri (ovvero tutti i numeri pari), lasciando solo i numeri dispari:

1, 3, 5, 7, 9, 11, 13, 15, 17, 19, 21, 23, 25

Il secondo termine in questa sequenza è 3. Si eliminano dunque tutti i numeri terzi che rimangono nella sequenza (si contano tre posizioni, si elimina il terzo e si riparte col conteggio e così via):

1, 3, 7, 9, 13, 15, 19, 21, 25

Il terzo numero rimasto è ora 7, dunque si eliminano tutti i settimi numeri rimanenti:

1, 3, 7, 9, 13, 15, 21, 25

Ripetendo la procedura indefinitamente, i rimanenti sono numeri fortunati:

1, 3, 7, 9, 13, 15, 21, 25, 31, 33, 37, 43, 49, 51, 63, 67, 69, 73, 75, 79, 87, 93, 99, ... Stanisław Ulam fu il primo a parlare di questi numeri, verso il 1955. Li chiamò "fortunati" a causa di un legame con una storia narrata dallo storico Flavio Giuseppe.

I numeri fortunati condividono alcune proprietà con i numeri primi, come il comportamento asintotico secondo il teorema dei numeri primi; anche la congettura di Goldbach è stata estesa al concetto di numero fortunato. Esistono infiniti numeri fortunati. A causa di connessioni apparenti tra numeri fortunati e numeri primi, alcuni matematici hanno ipotizzato che queste proprietà possano essere trovati in insiemi più estesi di numeri generati tramite crivelli di forme sconosciute, sebbene non esista, a tutt'oggi, una base teorica a supporto di questa congettura. Sembra che anche i numeri fortunati gemelli e i numeri primi gemelli si presentino con frequenza simile.

Un numero primo fortunato è un numero fortunato che è anche primo. Non si sa se esistano infiniti numeri primi fortunati. I più piccoli sono

3, 7, 13, 31, 37, 43, 67, 73, 79, 127, 151, 163, 193

Ponzio Pilato

Ponzio Pilato (in latino: Pontius Pilatus; in greco: Πόντιος Πιλᾶτος; in ebraico: פונטיוס פילאטוס; floruit 26-36; ... – I secolo) è stato un politico romano.

Nei Vangeli, Pilato è colui che condanna a morte Gesù.

Pilato è ricordato come martire dalla Chiesa copta e come santo dalla Chiesa etiope.

Set (Bibbia)

Set (ebraico biblico: שֵׁתֿebraico moderno Šet, Ebraico tiberiense Šēṯ; in arabo: شيث‎ Shith o Shiyth o Sheeth) secondo il Giudaismo, il Cristianesimo e l'Islam fu il terzo figlio di Adamo ed Eva e fratello di Caino e Abele, i soli loro altri figli citati per nome dalla Bibbia. Secondo la Genesi Set nacque dopo l'uccisione di Abele, ed Eva credette che Dio lo avesse designato come sostituto di Abele.

Sommo sacerdote

Il sommo o gran sacerdote (in ebraico: כּהֵן הָדֹאשׁ ,הַכֹּהֵן הַגָּדוֹל ,הַכֹּהֵן‎?, kohèn gadòl, o kohen ha-gadol) nell'antica religione ebraica era il capo della classe sacerdotale, dalla nascita della nazione israelita fino alla distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme. I sommi sacerdoti appartenevano alle famiglie ebraiche sacerdotali che tracciavano la loro patrilinearità fino ad Aronne, il primo sommo sacerdote e fratello maggiore di Mosè.In tempi pre-esilici il nome comune del sacerdote capo della comunità era "il sacerdote" (ebr.: ha-Kohen; si veda per esempio, 1 Samuele 14:19,36;21:2–10). Il termine "sommo sacerdote" (ebr.: ha-kohen ha-gadol) viene usato con riferimento ad Aronne e i suoi discendenti che sono unti con olio santo (Levitico 21:10; Numeri 35:25,28; Giosuè 20:6), e successivamente al sacerdote principale del Primo e Secondo Tempio di Gerusalemme (2 Re 12:11;22:4,8;23:4; Neemia 3:1,20;13:28). Un titolo paragonabile è l'ugaritico rb khnm. L'appellativo "sacerdote capo" (ebr.: kohen ha-rosh) è un alternativo di "sommo sacerdote" (2 Re 25:18; Geremia 52:24; 2 Cronache 19:11;24:11;26:20; Esdra 7:5) e potrebbe essere coesistito insieme con "ha-kohen ha-gadol".

Tolomeo IX

Tolomeo Sotere, detto Latiro, (in greco antico: Πτολεμαῖος Σωτήρ Λάθυρος, Ptolemaĩos Sōtḗr Láthyros; in egizio: ptwlmys ꜥnḫ ḏt mry ptḥ, ptwlemys, ankh djet, mery ptah; 18 febbraio 142 a.C. – marzo 80 a.C.), conosciuto prima dell'88 a.C. come Tolomeo Filometore Sotere (Πτολεμαῖος Φιλομήτωρ Σωτήρ, Ptolemaĩos Philométor Sōtḗr) e chiamato nella storiografia moderna Tolomeo IX o Tolomeo Sotere II (per distinguerlo da Tolomeo I Sotere), è stato un faraone egizio appartenente al periodo tolemaico.

Figlio del re Tolomeo VIII, successe al padre alla sua morte nel 116 a.C., e diventò faraone in co-reggenza con la madre Cleopatra III. Dopo i primi anni di regno, in cui venne più volte sostituito al trono dal fratello minore Tolomeo X per volontà della madre, fu cacciato definitivamente a Cipro nel 106 a.C., dove si proclamò re. Dopo che Tolomeo IX cercò di tornare in Egitto con la forza, nella guerra degli scettri (103-101 a.C.), la madre Cleopatra III fu uccisa da Tolomeo X; anch'egli, però, fu cacciato da Alessandria dal popolo e morì poco dopo, lasciando il regno nuovamente a Tolomeo IX. Questi governò pacificamente dall'88 fino all'80 a.C., iniziando però a trascinare il regno in una crisi economica dovuta alle continue lotte dinastiche.

Tubicen

Il tubicen (pl. latino tubicines) era un soldato dell'esercito romano che si occupava di suonare lo strumento a fiato della tuba (simile ad una tromba moderna). Il suo compito era simile a quello degli altri suonatori dell'esercito romano: impartire gli ordini degli ufficiali attraverso il suono. Faceva parte della categoria dei principales, insieme a cornicines e bucinatores, ovvero di quei sotto-ufficiali appartenenti al gruppo dei sesquiplicariui.

Villa publica

Nell'antica Roma, la Villa publica era il luogo dove si stabilivano i generali in attesa del trionfo, perché essi non potevano oltrepassare il pomerium (confine virtuale) dell'Urbe come comandanti in capo di un esercito. All'epoca del trionfo giudaico, come testimonia Flavio Giuseppe, le legioni si acquartierarono nell'area tra la Villa publica e i Saepta, non lontano dal tempio di Iside. Per sacralizzare questo luogo che aveva visto il trionfo del padre e del fratello, Domiziano vi fece costruire al suo posto, dopo l'incendio dell'80, un porticus Divorum.

Prima guerra giudaica
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Prima guerra giudaica

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