Arianesimo

L'arianesimo è il nome con cui è conosciuta una dottrina cristologica elaborata dal presbitero, monaco e teologo cristiano Ario (256-336)[1], condannata al primo concilio di Nicea (325). Sosteneva che la natura divina del Figlio fosse sostanzialmente inferiore a quella di Dio e che, pertanto, vi fu un tempo in cui il Verbo di Dio non era esistito e che dunque esso fosse stato soltanto creato in seguito.

Baptism of Christ - Arian Baptistry - Ravenna 2016
Mosaico della cupola del Battistero degli Ariani, Ravenna.

Dottrina

Il presbitero alessandrino Ario (260 ca - 336[2]) fu, all'epoca in cui prendeva forma definitiva la dottrina della Trinità, il massimo rappresentante di una delle interpretazioni di maggior seguito della relazione tra le persone della Trinità, in particolar modo di quella tra il Padre e il Figlio. Egli non negava la Trinità, ma subordinava il Figlio al Padre (subordinazionismo), negandone la consustanzialità[1] che sarà poi formulata nel concilio di Nicea (325) nel credo niceno-costantinopolitano. Alla base della sua tesi, permeata della cultura neoplatonica tanto in voga nell'ambiente ellenistico egiziano[3], v'era la convinzione che Dio, principio unico, indivisibile, eterno e quindi ingenerato[4], non potesse condividere con altri la propria ousìa, cioè la propria essenza divina[3][5]. Di conseguenza il Figlio, in quanto “generato” e non eterno[3][6], non può partecipare della sua sostanza (negazione della consustanzialità), e quindi non può essere considerato Dio allo stesso modo del Padre (il quale è ingenerato, cioè aghènnetos archè[5]), ma può al massimo esserne una creatura[5]: certamente una creatura superiore, divina, ma finita (avente cioè un principio) e per questo diversa dal Padre, che è invece infinito[7]. Padre e Figlio non possono dunque essere identici, e il Cristo può essere detto "Figlio di Dio" soltanto in considerazione della sua natura creata, e non di quella increata, posta allo stesso livello di quella del Padre[3]. Così facendo, Ario non negava di per sé la Trinità, ma la considerava costituita da tre diverse persone (treis hypostaseis[7]) caratterizzate da nature diverse.

Storia

Dalle origini al Concilio di Nicea (318-325)

Ario e Alessandro (318-325)

Nikea-arius
Icona conservata nel Mégalo Metéoron, monastero greco, in cui si rappresenta la vittoria della fede nicena su Ario, rappresentato in posizione reclinata in quanto sconfitto.

Dopo l'editto costantiniano di tolleranza del 313, in Alessandria d'Egitto si fece largo la controversia trinitaria, e le tesi che Ario aveva cominciato a diffondere si estesero talmente tanto da coinvolgere sempre un maggior numero di persone[8]. Il vescovo rivale Alessandro ne condannò le posizioni come “eretiche” in un sinodo alessandrino del 318[8] composto da 100 vescovi africani[7], ma Ario poteva contare su un partito molto numeroso di fedeli, che annoverava tra l'altro anche alcuni vescovi africani e un discreto numero di vescovi orientali, tra cui Eusebio di Cesarea ed Eusebio di Nicomedia[7] che godevano di un forte prestigio anche presso la corte. La disputa oppose per anni il clero egiziano a quello della Palestina e della Bitinia, attirando l'attenzione dell'imperatore e del popolo. Nel tentativo di porre fine alla questione, che inizialmente Costantino aveva sottovalutato, nel 325 indisse, anche per le pressioni dei suoi consiglieri ecclesiastici che erano invece molto ben inseriti nella disputa, il Concilio di Nicea[9].

La disputa nicena (325)

La convocazione del concilio non era però un fatto solamente religioso: all'imperatore stava a cuore soprattutto la stabilità dello Stato, e quelle questioni teologiche, con i disordini e le contese che ne derivavano, costituivano un problema politico che andava risolto con la sconfitta di una qualsiasi delle due fazioni. Costantino non aveva infatti convinzioni teologiche che lo facessero propendere particolarmente per l'una o per l'altra parte in conflitto. Al concilio Ario ed Eusebio non convinsero il sinodo: se il Figlio di Dio non era uguale al Padre, allora non era neanche divino, o per lo meno non quanto il Padre. E questo non era accettabile. La tesi poi secondo la quale "ci fu un tempo in cui il Figlio non c'era" faceva inorridire gli "ortodossi", che posero in minoranza e condannarono definitivamente le idee di Ario[10].

Il concilio elaborò un "simbolo", cioè una definizione dogmatica relativa alla fede in Dio, nel quale compare, attribuito al Cristo, il termine homooùsios (tradotto in italiano dal latino con "consustanziale" (al Padre), ma in greco "di uguale essenza"), che costituisce la base dogmatica del cristianesimo storico. In assenza del papa Silvestro I (che mandò suoi legati), presiedeva l'assemblea il vescovo Osio di Cordova, favorito dell'imperatore (presente a tutte le sessioni dei lavori), la cui influenza sullo stesso imperatore ebbe facile gioco nel conquistare il sovrano alla causa dell'ortodossia della chiesa romana. Gli eretici furono minacciati di esilio e Ario fu bandito e spedito in Illiria.

Da Costantino a Teodosio (325-381)

Gli ultimi anni di Costantino e le correnti teologiche dell'arianesimo

La scarsa saldezza delle convinzioni teologiche di Costantino è però dimostrata dal fatto che in soli tre anni le sue posizioni nei confronti dell'arianesimo divennero assolutamente indulgenti e tolleranti: su suggerimento della sorella Costanza e per insistenza di Eusebio di Nicomedia, fu revocato l'esilio per i vescovi ariani, lo stesso Ario fu più tardi richiamato (nel 331 o 334) e introdotto a corte[11], dove riuscì a tal punto a convincere l'imperatore della bontà delle sue opinioni, benché "eretiche", che lo stesso Costantino lo riabilitò e condannò all'esilio il vescovo Atanasio di Alessandria, che di Ario era stato tra i più acri oppositori[11]. L'ariano Eusebio di Nicomedia sostituì Osio di Cordova nel ruolo di consigliere imperiale ecclesiastico, battezzando poi lo stesso imperatore in punto di morte[12][13][14].

L'affermazione nicena che definiva che il Figlio fosse Dio quanto il Padre, poneva però, nell'ambiente ariano ma anche in quello “ortodosso”, almeno tre grandi interrogativi:

  1. Può Dio generare un Figlio?
  2. Può Dio separarsi in se stesso?
  3. Può Dio morire (in croce o in qualsiasi altro modo)?

I seguaci di Ario portarono alle estreme conseguenze le risposte alle tre domande, che avevano in comune la conclusione che il Figlio non aveva natura divina ma, in quanto creatura di Dio, era un tramite o intermediario tra la divinità e l'umanità[14]. Ma all'interno del movimento ariano si verificarono comunque divisioni profonde, che portarono a tre gruppi principali:

  1. La fazione radicale (detta degli Anomei (greco: Ἀνομοίοι), o Eunomiani dal nome del suo più importante esponente, Eunomio di Cizico), fedele alla professione di fede originaria di Ario secondo la quale "il Figlio è in tutto dissimile al Padre" in quanto, essendo stato creato e fatto da ciò che prima non esisteva, non poteva definirsi generato[15][16].
  2. La fazione dei "Semiariani" o ariani moderati, fra cui lo stesso Ario tornato dall'esilio ed Eusebio di Nicomedia, che ritenevano “il Figlio simile al Padre ma non per proprietà di natura, bensì per dono di grazia, nei limiti, cioè, in cui la Creatura può essere paragonata al Creatore"[16].
  3. La fazione dei Macedoniani, secondo i quali “il Figlio è in tutto simile al Padre, mentre lo Spirito Santo nulla ha in comune né con il Padre né con il Figlio[16].

Da Costanzo II a Valente (337-378)

Constance II Colosseo Rome Italy
Busto di Costanzo II (?). L'imperatore fu un fervente ariano, riuscendo a imporre questa confessione religiosa attraverso concili e l'uso della forza.

L'arianesimo ebbe fortuna in particolare sotto gli imperatori Costanzo II (figlio di Costantino I, 337-361) e Valente (364-378) e nell'ultima fase dell'Impero Romano. Costanzo, al contrario dei fratelli Costante e Costantino II, era di tendenze ariane. In seguito alle guerre fratricide e alla definitiva supremazia di Costanzo (350), quest'ultimo poté liberamente dedicarsi alla risoluzione delle questioni cristologiche nell'ultimo decennio del suo regno. Durante questo periodo, infatti, Costanzo convocò molti concili provinciali deputati a definire il Credo cristiano: Sirmio (351), Arles (353), Milano (355), Sirmio II (357), Rimini (359)[17] e infine Costantinopoli (360)[18]. Il più importante, per gli effetti che provocò in Occidente, fu però quello di Sirmio II del 357[11], al quale parteciparono solamente vescovi d'oriente (in prevalenza ariani)[18] e che mise al bando i termini quali ousìa e consustanzialità[19]. I vescovi d'Occidente (più vicini alla chiesa di Roma e quindi fedeli al Credo niceno), manifestarono il loro dissenso: papa Liberio e Osio di Cordova furono imprigionati e costretti a sottoscrivere alle decisioni di Sirmio[18], mentre nel concilio di Rimini (o Ariminum, se si vuole usare il toponimo latino) del 359 si procedette alla condanna di Sirmio[18]. Costanzo, allora, cercò di trovare una formula di compromesso nel concilio di Seleucia del 359[19], che vide il trionfo delle posizioni ariane sancite poi da quello di Costantinopoli dell'anno seguente[19]. Disordini e violenze si verificarono in diverse altre circostanze, come in occasione della successione al vescovo Alessandro di Costantinopoli; l'ariano Macedonio ottenne la sede episcopale solo con la forza e con l'intervento militare, dopo che il rivale Paolo, vicino alla Chiesa di Roma, venne rapito, esiliato e assassinato. Le sommosse popolari che seguirono all'insediamento di Macedonio furono soffocate nel sangue; lo stesso vescovo si sentì autorizzato dall'autorità imperiale di Costanzo, che lo proteggeva e aveva favorito il suo insediamento, a imporre il suo ministero anche con la tortura e la forza delle armi[20][21]. Anche nell'Occidente niceno si ebbero delle ripercussioni sulle scelte vescovili: a Milano, come vescovo successore di Dionigi, fu imposto il vescovo ariano Aussenzio.

La breve parentesi di Giuliano (361-363)

Giuliano, apertamente filo-pagano, revocò tutte quelle leggi beneficiarie che i suoi immediati predecessori avevano promulgato nei confronti dei cristiani. Secondo la sua opinione, il cristianesimo doveva debilitarsi sempre di più attraverso il rifiorire delle contese teologiche messe a tacere pochissimi anni prima da Costanzo, e per questo motivo il nuovo imperatore Giuliano fece richiamare dall'esilio i cristiani di fede nicena[22][23].

Valente (364-378)

Dopo il breve regno di Gioviano (363-364), l'impero ritornò ad essere diviso in due tronconi: la Pars Occidentalis fu affidata a Valentiniano I (364-375), mentre la Pars Orientalis a Valente. Se Valentiniano, cristiano come Gioviano, mantenne una politica tollerante nei confronti di tutte le fedi religiose[24][25], il fratello minore Valente fu un fanatico sostenitore dell'arianesimo[23], ripristinando le disposizioni ecclesiastiche di Costanzo[26]. Il clima di terrore e di sopraffazione che Valente instaurò nell'area orientale dell'impero, terminò con la sua sconfitta e uccisione nella grande battaglia di Adrianopoli (378), combattuta contro i goti.

Teodosio e la definitiva sconfitta dell'Arianesimo

L'ascesa di Teodosio

Nel 380, sotto l'influsso del vescovo di Milano, Ambrogio, venne emanato da Teodosio I e Graziano l'editto di Tessalonica che definiva il credo niceno (e quindi l'ortodossia) come religione di Stato. Oltre all'affermazione della formula nicena, che dunque toglieva di mezzo le dottrine ariane, l'editto definiva per la prima volta la Chiesa che professava il Credo Niceno "cattolica" (dal greco "katholicòs", cioè "universale") e "ortodossa" (dal greco "orthos-doxa", cioè "di retta dottrina"), bollando tutti gli altri gruppi cristiani come eretici e come tali soggetti a pene e punizioni[27]. Si trattò, di fatto, di una persecuzione antiariana incruenta, in cui i vescovi vennero allontanati e tutte le chiese affidate al controllo dei cattolici, escludendo gli ariani da ogni luogo di culto anche dove, come a Costantinopoli, la loro comunità era decisamente di gran lunga più numerosa. Proprio nella capitale dell'impero l'imperatore Teodosio in persona sostituì il vescovo Demofilo con Gregorio Nazianzeno, portandolo quasi in trionfo per le vie della città e proteggendo il suo insediamento con un reparto di guardie imperiali armate. Lo stesso vescovo[28] deplorava che il suo insediamento protetto dalle armi, tra gente che lo guardava con rabbia e lo considerava nemico, sembrava più l'ingresso in una città conquistata da parte di un barbaro invasore[29]. Non meno appassionata e violenta era la contesa che si svolgeva in Occidente tra il vescovo Ambrogio di Milano e l'imperatrice ariana Giustina, madre e reggente del futuro imperatore Valentiniano II[30]. La condanna dell'arianesimo venne poi ribadita nel 381 durante il primo concilio di Costantinopoli, proprio nella città che, nonostante l'editto, era in qualche modo riuscita a conservare una popolosa colonia ariana che accoglieva al suo interno tutti gli “eretici” di varia denominazione[31]. Negli anni successivi Teodosio ribadì con una serie di editti la sua persecuzione contro l'eresia ariana, che prevedeva la proibizione delle riunioni di culto, la destituzione e la comminazione di forti multe a vescovi e preti, l'esclusione da professioni onorevoli e lucrose e (poiché gli ariani separavano la natura del Padre da quella del Figlio) l'inibizione alla capacità di lasciti testamentari. In qualche caso si giunse anche a pronunciare sentenze capitali che però raramente vennero eseguite perché Teodosio era in realtà più propenso alla correzione che non alla punizione. Con l'affidamento dell'esecuzione dei suoi editti ad una schiera di funzionari l'imperatore istituì, di fatto, l'embrione di un ufficio di Inquisizione[32].

L'arianesimo dal V al VII secolo

Bischof Ulfilas erklärt den Goten das Evangelium
Il vescovo Ulfila spiega il Vangelo ai Goti, rappresentazione di inizio '900.

Ulfila e i popoli germanici

Piuttosto che scomparire, l'arianesimo spostò il suo asse verso il nord dell'impero, trovando seguaci presso i popoli “barbari” che in quel periodo si stavano spingendo contro i confini dello Stato, particolarmente Goti, Vandali e Longobardi. Grazie soprattutto alla predicazione condotta nel IV secolo fra i Goti da parte di Ulfila (311-383)[33], l'arianesimo conobbe infatti una grande diffusione fra i popoli germanici fra i quali fiorì almeno fino al VII secolo: infatti, la visione più semplice del cristianesimo ariano era più conforme alla loro mentalità pragmatica e priva di quelle basi filosofiche di cui era intessuto il credo niceno[34]. Traduttore, tra l'altro, della Bibbia in lingua gotica e inventore di un tipo di alfabeto latino che sostituì gli antichi caratteri runici, Ulfila svolse un ruolo fondamentale non solamente dal punto di vista strettamente religioso, ma anche linguistico per lo studio delle antiche lingue germaniche[33].

La progressiva conversione alla fede calcedoniana (V-VII secolo)

Il modus vivendi dei barbari e dei romani

Durante il lento ma inesorabile crollo dell'Impero romano d'Occidente nel V secolo, i vari popoli germanici che si insediarono nei territori imperiali adottarono varie strategie di politica religiosa, che andavano dalla repressione violenta dei niceni (per esempio, i Vandali[35]), alla pacifica convivenza religiosa (Odoacre, i Visigoti spagnoli[36] e gli Ostrogoti di Teodorico[35]). Unico fattore comune tra così diverse linee di azione consisteva nel trovare nell'arianesimo una sorta di distinzione nei confronti dei romani che si professavano cattolici. Lentamente, però, il cristianesimo calcedoniano (cioè quello niceno, perfezionato nel Concilio di Calcedonia del 451) cominciò a convertire i popoli dei regni romano barbarici ancora sopravvissuti alle guerre giustinianee e a quelle tra gli stessi regni barbarici. In seguito alla conversione dei Franchi nel 511 con Clodoveo (unico popolo barbaro ad essere ancora pagano) al cristianesimo calcedoniano[37], gli altri popoli barbari cominciarono lentamente a convertirsi: i Visigoti, grazie all'opera di re Recaredo e poi di Sisebuto (tra il 586 e il 621[37], ma in questi trent'anni fu decisivo il terzo Concilio di Toledo del 589[38]); i Longobardi, ad opera della regina Teodolinda e dell'abate Colombano e dei suoi monaci, nei primi anni del VII secolo[39].

Note

  1. ^ a b C. Andresen - G. Denzler, Dizionario storico del Cristianesimo, p. 65.
  2. ^ G. Mura (a cura di), La teologia dei Padri, V, pp. 60-61.
  3. ^ a b c d G. Mura (a cura di), La teologia dei Padri, V, p. 60. URL consultato il 27/03/2015.
  4. ^ Si legga, in questa dichiarazione teologica, il profondo influsso del platonismo (esattamente, il Timeo), in cui c'è la dichiarazione dell'atemporalità.
  5. ^ a b c G. Filoramo - D. Menozzi, L'Antichità, in Storia del Cristianesimo, p. 298.
  6. ^ Il modello della "fonte" primaria, da cui si irradia il resto della creazione, è alla base della filosofia neoplatonica dell'egiziano Plotino (III secolo d.C).
  7. ^ a b c d G.Filoramo - D.Menozzi, L'Antichità, in Storia del Cristianesimo, p. 297.
  8. ^ a b H. Jedin, Breve storia dei Concili, p. 19.
  9. ^ Edward Gibbon, Decadenza e caduta dell'Impero romano, cap. XXI, pp. 193 e sgg.
  10. ^ A. Clemente, Il libro nero delle eresie, pp. 180 e sgg.
  11. ^ a b c G. Filoramo - D. Menozzi, L'Antichità, in Storia del Cristianesimo, p. 299.
  12. ^ E. Gibbon. cit., pp. 203 e sgg.
  13. ^ Tirannio Rufino, Historia Ecclesiastica, X, 12
  14. ^ a b A. Clemente, cit.
  15. ^ C. Andresen - G. Denzler, Dizionario storico del Cristianesimo, p. 287.
  16. ^ a b c Tirannio Rufino, Historia Ecclesiastica, I, 26.
  17. ^ Ewa Wipszycka, Storia della Chiesa nella tarda antichità, p. 34. URL consultato il 29/03/2015.
  18. ^ a b c d G. Filoramo - D. Menozzi, L'Antichità, in Storia del Cristianesimo, p. 300.
  19. ^ a b c L. Hertling - A. Bulla, Storia della Chiesa, p. 94. URL consultato il 29/03/2015.
  20. ^ E. Gibbon, cit., pp. 230 e sgg.
  21. ^ L'imperatore Giuliano, successore di Costanzo, così descrive le violenze perpetrate in nome dello zelo religioso del vescovo di Costantinopoli e dell'odio dell'imperatore nei confronti dei non ariani: “Molti furono imprigionati, perseguitati e mandati in esilio. Interi gruppi di quelli chiamati eretici furono massacrati, in modo particolare a Cizico e a Samosata. Nella Paflagonia, nella Bitinia, nella Galazia e in molte altre province, città e villaggi furono devastati e completamente distrutti” (come riportato in E. Gibbon, cit., pag. 233).
  22. ^ L. Hertling - A. Bulla, Storia della Chiesa, p. 96. URL consultato il 30/03/2015.
  23. ^ a b H. Jedin, Breve storia dei Concili, p. 25.
  24. ^ G. Filoramo - D. Menozzi, L'Antichità, in Storia del Cristianesimo, pp. 310-311.
  25. ^ Dopo la morte, nel 375, di Valentiniano I, le redini del governo furono prese da Giustina, reggente in nome del figlioletto Graziano. fervente ariana e oppositrice della politica filo-nicena del vescovo di Milano Ambrogio.
  26. ^ G. Filoramo - D. Menozzi, L'Antichità, in Storia del Cristianesimo, p. 311.
  27. ^ È nostra volontà che tutti i popoli che sono governati dalla nostra moderazione e clemenza aderiscano fermamente alla religione insegnata da s. Pietro ai Romani, conservata dalla vera tradizione e ora professata dal pontefice Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, uomo di apostolica santità. Secondo la disciplina degli Apostoli e la dottrina del Vangelo, crediamo nella sola divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, sotto un'uguale maestà e una pia Trinità. Autorizziamo i seguaci di questa dottrina ad assumere il titolo di cristiani cattolici, e siccome riteniamo che tutti gli altri siano dei pazzi stravaganti, li bolliamo col nome infame di eretici, e dichiariamo che le loro conventicole non dovranno più usurpare la rispettabile denominazione di chiese. Oltre alla condanna della divina giustizia, essi debbono prepararsi a soffrire le severe pene che la nostra autorità guidata da celeste sapienza, crederà d'infliggere loro.” (Codex Theodosianus, libro XVI, titolo I, legge 2, come riportata in E. Gibbon. op. cit., cap. XXVII, pp. 186 sg.).
  28. ^ Gregorio Nazianzeno, “De vita sua”.
  29. ^ E. Gibbon, cit., pp. 191 e seg.
  30. ^ E. Gibbon, cit., pp. 200 e seg.
  31. ^ E. Gibbon, cit, pag. 188
  32. ^ E. Gibbon, cit., pp. 196 e seg.
  33. ^ a b Ulfila in Dizionario storico Treccani, Treccani, 2011. URL consultato il 30/03/2015.
  34. ^ G. Filoramo - D. Menozzi, L'Antichità, in Storia del Cristianesimo, p. 394.
  35. ^ a b G. Filoramo - D. Menozzi, L'Antichità, in Storia del Cristianesimo, p. 397.
  36. ^ G. Filoramo - D. Menozzi, L'Antichità, in Storia del Cristianesimo, p. 398.
  37. ^ a b G. Filoramo - D. Menozzi, L'Antichità, in Storia del Cristianesimo, p. 399.
  38. ^ H. Jedin, Breve storia dei Concili, p. 47.
  39. ^ G. Filoramo - D. Menozzi, L'Antichità, in Storia del Cristianesimo, p. 400.

Bibliografia

Fonti

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  • Tirannio Rufino, Historia Ecclesiastica, libro X. Ora in: Tirannio Rufino, Scritti vari: Le benedizioni dei patriarchi; Spiegazione del simbolo; Storia della Chiesa, a cura di Manlio Simonetti, Roma-Gorizia, Città Nuova - Società per la conservazione della basilica di Aquileia, 2000, ISBN 88-311-9083-0.
  • Mario Vittorino, Opere teologiche, a cura di Claudio Moreschini, Torino, UTET 2007 (contiene tutti gli scritti contro gli Ariani)
  • Vigilio di Tapso, Contro gli ariani, a cura di Patrizia Guidi, Roma, Città Nuova, 2005, ISBN 88-311-3184-2.
  • Edward Gibbon, Decadenza e caduta dell'Impero romano, a cura di Piero Angarano, Roma, Avanzini e Torraca, 1968, SBN IT\ICCU\NAP\0491458.

Studi

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  • Giovanni Filoramo e Daniele Menozzi, L'Antichità, in Storia del Cristianesimo, vol. 1, Bari, Laterza, 2010, ISBN 978-88-420-6558-6.
  • Giovanni Filoramo, La croce e il potere. I cristiani da martiri a persecutori, Roma - Bari, Laterza, 2011, ISBN 9788842097136.
  • (EN) R. P. C. Hanson, Search for the Christian Doctrine of God: The Arian Controversy, 318-381, Edimburgo, T&T Clark Ltd, 1988, ISBN 9780567094858.
  • Ludwig Hertling e Angiolino Bulla, Storia della Chiesa. La penetrazione dello spazio umano ad opera del cristianesimo, VI, Roma, Città Nuova, 2001, ISBN 88-311-9258-2. URL consultato l'8 maggio 2015.
  • Hubert Jedin, Breve storia dei Concili, Brescia, Morcelliana, 1989, SBN IT\ICCU\PUV\0426031.
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  • Vittorio Santoli, Ulfila, in Enciclopedia Italiana, 1937. URL consultato l'8 maggio 2015.
  • Manlio Simonetti, La crisi ariana nel IV secolo, Roma, Institutum patristicum Augustinianum, 1975, SBN IT\ICCU\SBL\0574513.
  • (EN) Maurice Wiles, Archetypal Heresy. Arianism through the Centuries, Oxford, Clarendon Press, 1996, ISBN 0-19-826927-7.
  • Ewa Wipszycka, Storia della Chiesa nella tarda antichità, a cura di Vera Verdiani, Milano, Mondadori, 2000, ISBN 88-424-9536-0. URL consultato l'8 maggio 2015.

Dizionari

  • Carl Andersen e Georg Denzler (a cura di), Dizionario storico del Cristianesimo, Cinisello Balsamo, Paoline, 1999, ISBN 88-215-2450-7.

Voci correlate

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Alani

Gli Alani erano un popolo nomade di etnia iranica compreso nel gruppo dei Sarmati; bellicosi pastori di origini miste che parlavano una lingua iranica e condividevano una comune cultura.

Anomei

Gli Anomei (greco: Ἀνομοίοι), Aeziani, o Eunomiani, furono una corrente teologica dell'Arianesimo creatasi a seguito del concilio di Nicea e fiorita nel IV secolo. Antitrinitari, ritenevano che Gesù (il "Figlio") fosse di natura diversa e dissimile da quella di Dio (il "Padre"); in questo si distinguevano dai Semi-ariani, i quali ritenevano il Figlio di natura diversa ma simile al Padre. Gli Anomei credevano nelle opinioni di Ario, così come le aveva formulate originariamente, e rigettavano le sue professioni di fede successive, che aveva adottato per essere riammesso tra i trinitari.

Il nome "Anomei" deriva dal greco ἀ(ν)- "non" e ὅμοιος "simile", cioè "differente, dissimile"; i nomi "Aeziani" ed "Eunomiani" derivano dai due principali esponenti di questa corrente, Aezio di Celesiria ed Eunomio di Cizico.

I Semi-ariani condannarono gli Anomei nel concilio di Seleucia, gli Anomei condannarono i Semi-ariani a propria volta nei concili di Costantinopoli e di Antiochia. Gli Anomei cancellarono pure la parola ὁμοίος dalla formula di Rimini e da quella di Costantinopoli, affermando che il Figlio non solo aveva una sostanza diversa, ma anche una volontà diversa da quella del Padre, e per questo furono detti Ἀνομοίοι.

Nel V secolo il presbitero anomeo Filostorgio compose una Storia ecclesiastica dal punto di vista degli Anomei.

Ario

Ario (in latino Arius; Libia, 256 – Costantinopoli, 336) è stato un presbitero e teologo berbero. La corrente teologica cristiana sorta attorno alle sue dottrine religiose fu condannata come eretica nel primo Concilio di Nicea, e venne in seguito indicata con il nome di arianesimo. Si diffuse prevalentemente tra i popoli germanici.

Atalarico

Atalarico, in gotico Aþalareiks e in tedesco Athalarich (516 – 2 ottobre 534), fu re degli Ostrogoti, sotto la reggenza di sua madre Amalasunta, dal 526 al 534.

Clefi

Clefi (... – 574) è stato re dei Longobardi in Italia dal 572 al 574.

Costituzioni apostoliche

Le Costituzioni apostoliche (Constitutiones Apostolorum in latino, Διαταγαὶ τ˜ων ἂγίων ἀποστόλων διὰ Κλήμεντος in greco) sono una grande opera di argomento canonico-liturgico, datata fra il 375 ed il 380. Sono concepite come un manuale di orientamento per il clero e in qualche misura per i laici, che sarebbe stato dettato direttamente dai Dodici Apostoli.

Generalmente si ritiene che provenga dalla Siria, forse da Antiochia e nel testo si possono cogliere delle tracce di arianesimo. Recentemente alcuni studiosi hanno confermato che l'autore è lo stesso delle lettere pseudoepigrafe di Ignazio, e cioè il vescovo eunomiano del IV secolo Giuliano di Cilicia.

Cristologia

La cristologia è una parte fondamentale della teologia cristiana che studia e definisce chi e che cosa Gesù Cristo è, basandosi sulle informazioni che lo riguardano contenute nei vangeli e nelle epistole paoline e cattoliche del Nuovo Testamento, con particolare attenzione alla sua natura umana e divina.

Dottrine cristologiche dei primi secoli

Le dottrine cristologiche dei primi secoli sono insegnamenti teologici e movimenti dei primi secoli dell'era cristiana. Una volta raggiunto un certo grado di consolidamento e istituzionalizzazione, alcune di queste dottrine vennero giudicate eterodosse e considerate eresie dalla maggior parte delle Chiese cristiane e negli scritti dei Padri della Chiesa. Tali discordie erano assai radicate nella comunità cristiana e il Concilio di Nicea del 325 rappresentò un momento importante di questo confronto, essendo stato il primo concilio della cristianità, nato dalla constatazione che il tema cristologico aveva ormai assunto un rilievo politico.

Queste dottrine riguardano la definizione della natura di Gesù Cristo, la sua divinità, i suoi rapporti con la tradizione giudaica e con il monoteismo precristiano, tutti punti di un complesso di dottrine che costituiranno la cristologia.

I movimenti che sostenevano queste dottrine diedero spesso luogo a organizzazioni ecclesiastiche che, non coincidendo con quelle della maggioranza istituzionalizzata, sono state definite come "chiese scismatiche".

Erarico

Erarico (Heraric, Ariaric; ... – novembre 541) fu re degli Ostrogoti per cinque mesi nel 541.

Fu eletto re degli Ostrogoti dai Rugi nel giugno del 541, dopo l'assassinio del padre Ildibaldo. I Goti, però, stanchi e irritati dalla sua inettitudine e credendo che avesse stretto accordi segreti con i Bizantini, offrirono la corona al cugino Totila. Dopo cinque mesi di regno, Erarico fu eliminato da una congiura.

Eresiarca

Eresiarca è il fondatore o il capo di una eresia. Il termine deriva dall'unione delle due parole greche aìresis - eresia scelta ed archòs - capo o principe e viene usato generalmente in contesti riguardanti il Cristianesimo (lo stesso suffisso si può trovare nelle parole monarca o patriarca).

Anche se inizialmente la parola non aveva accezione negativa nel corso dei secoli si è trasformata.

Alcuni importanti eresiarchi furono:

Ario - Arianesimo

Mani - Manicheismo

Marcione

Fra' Dolcino

Martin Lutero

Enrico VIII d'Inghilterra - AnglicanesimoL'eresiarca & C. è un'opera di Guillaume Apollinaire.

IV secolo

Il IV secolo inizia nell'anno 301 e termina nell'anno 400 incluso.

Ildibaldo

Ildibaldo, detto anche Ildibado (Ildibad, Hildebad, Heldebadus, Ildibadus; ... – 541), fu per circa un anno re degli Ostrogoti, dal 540 al 541.

Karl Penka

Karl Penka (Müglitz, 26 ottobre 1847 – Vienna, 10 febbraio 1912) è stato un antropologo austriaco.

Nato a Müglitz, Moravia (ora Mohelnice, Repubblica Ceca), dal 1873 fino al 1906 Penka fu maestro al Maximiliansgymnasium, una scuola superiore per ragazzi, a Vienna.Penka studiò antropologia dal punto di vista della linguistica comparata e prese un particolare interesse per le origini dei indoeuropei. Egli utilizzò il termine ariano in campo linguistico e fu lui che rese popolare la teoria secondo la quale la cosiddetta razza ariana, caratterizzata da occhi azzurri e capelli biondi, emerse in Scandinavia nella preistoria. Nel suo Origines Ariacae ("Origini degli ariani ') del 1883 propose che la patria primitiva indoeuropea era da ricercare nel lontano nord, l'Iperborea dell'antichità. Penka è stato definito" una figura di transizione tra arianesimo e Nordicismo.

Penka morì a Vienna nel 1912. Egli è ora visto come un pioniere delle teorie razziste e antisemite in etnologia.

Miafisismo

Il miafisismo è una dottrina cristologica secondo la quale in Gesù Cristo c'è una sola natura, unica e irripetibile nella storia dell'umanità, formata dall'unione della divinità e dell'umanità, unite ed indivisibili tra di loro.

Se il monofisismo professava l'esistenza, in Cristo, di "un'unica natura" (monē physis), quella divina, il miafisismo, che del monofisismo è una forma attenuata, predica sì in Cristo l'umanità e la divinità, ma fuse e inseparabili in "una natura unica" (mia physis).

Primo concilio di Tiro

Il Primo concilio di Tiro fu convocato da Costantino nel 335 nella città libanese di Tiro per giudicare il caso di Atanasio, sostenitore delle conclusioni del Concilio di Nicea e quindi avversario degli Ariani. Nel 328 Atanasio divenne vescovo e patriarca di Alessandria, dove Ario era sacerdote. La situazione fu complicata dal fatto che Atanasio non aveva ancora compiuto 30 anni, l'età minima per diventare vescovo. Il partito ariano lo accusò, tra le altre cose, di condotta immorale, di tassazione illegale del popolo egiziano, di dare aiuto a ribelli, di uccisione di un vescovo e uso di arti magiche.

Il concilio fu presieduto da Flacillo di Antiochia e vi parteciparono numerosi vescovi. Incerto è il loro numero esatto; con Atanasio vennero dall'Egitto 48 vescovi, alcuni dei quali erano meleziani riconciliatisi con lui; Sozomene riferisce di altri 60 vescovi venuti dalle altre parti dell'Impero. Tra questi si possono ricordare Eusebio di Cesarea, Eusebio di Nicomedia, Teognide di Nicea, Narciso di Neroniade, Patrofilo di Scitopoli, Valente di Mursa, Ursazio di Singidunum, Macedonio di Mopsuestia, Teodoro di Eraclea, Marcello di Ancira, Alessandro di Tessalonica, Giorgio di Laodicea e Maris di Calcedonia.Il concilio condannò Atanasio, che si recò direttamente a Costantinopoli dall'imperatore, che però lo esonerò personalmente e lo esiliò a Treviri. I vescovi del concilio convinsero Costantino a esiliare Marcello di Ancira, un altro forte anti-ariano. Questo concilio fu dunque una vittoria del partito ariano. Atanasio tornerà dall'esilio solo dopo la morte di Costantino.

Psatiriani

Gli psatiriani erano una setta ariana attiva agli inizi del V secolo.

Il fulcro dell'arianesimo era l'affermazione che il Figlio non era stato generato da Dio, ma creato da esso: sorse quindi la questione se Dio potesse essere chiamato "Padre" pur non avendo generato. Doroteo di Antiochia sosteneva che Dio non fosse stato né potesse essere chiamato "Padre" prima dell'esistenza del Figlio; al contrario, Marino di Tracia sosteneva che Dio era sempre stato "Padre", anche prima dell'esistenza del Figlio (Socrate Scolastico insinua che Marino fosse spinto dalla ripicca a seguito della minore reverenza di cui era fatto oggetto).

Le due fazioni si separarono nel 485 circa, con i seguaci di Doroteo che mantennero i luoghi di raccolta che possedevano e quelli di Marino che costruirono oratorii separati per sé. I seguaci di Marino presero il nome di "psatiriani", in quanto uno dei loro più devoti membri era un certo Theoctistus (Teoctisto), un siriano che vendeva torte, in greco ψαθυροπώλης, Psathyropoles. Tra i sostenitori di questa posizione era Selenas, vescovo dei Goti, e per questo motivo la setta prese anche il nome di goti. Accadde presto che si aprirono delle frazioni all'interno del gruppo, tra Marino e un certo Agapio, sostenuto dai Goti; Socrate Scolastico racconta che si trattava di questioni di precedenza e che molti seguaci, disgustati da ciò, divennero "omoousiani".

Durante il consolato del magister militum praesentialis goto Plinta (419), che era un membro della setta, gli psatiriani decisero di riappacificarsi con i seguaci di Doroteo, e stabilirono una sorta di legge in base alla quale era proibito trattare nuovamente la questione che li aveva fatti separare. Pare, però, che la riconciliazione avesse effetto solo a Costantinopoli e che nelle altre città le due fazioni rimanessero separate.

Simbolo niceno-costantinopolitano

Il Simbolo niceno-costantinopolitano, detto anche Credo niceno-costantinopolitano, è una formula di fede relativa all'unicità di Dio, alla natura di Gesù e, implicitamente, pur senza usare il termine, alla trinità delle persone divine. Composto, in origine, dalla formulazione approvata al primo concilio di Nicea (325) (a cui vennero aggiunti ampliamenti, relativi anche allo Spirito Santo, nel primo concilio di Costantinopoli) esso fu redatto a seguito delle dispute che attraversavano la chiesa del IV secolo, soprattutto a causa delle teorie cristologiche di Ario (Arianesimo). Il simbolo niceno-costantinopolitano è ampiamente usato nella liturgia cristiana: viene infatti recitato durante la Messa.

Il termine "simbolo" è derivato dal greco σύμβολον, che inizialmente aveva il senso di "tessera di riconoscimento" o contrassegno: due persone spezzavano una tessera di terracotta o un pezzo di legno e ne conservavano ognuno una delle due parti, cosi che, più tardi, il perfetto combaciare delle due parti messe insieme provava l'identità delle persone o dei rispettivi delegati. Così il simbolo della fede è la tessera o segno di riconoscimento tra i fedeli cristiani. Nella Chiesa dei primi secoli esisteva un rito chiamato Traditio Symboli (cioè Consegna del Simbolo, o Credo) con il quale la Chiesa, metaforicamente, "metteva insieme" (questo il senso della parola greca symbolon) e "consegnava" ai catecumeni una sorta di sintesi delle verità in cui crede.

Teodato

Teodato (Thiudahad nelle lingue germaniche, Theodahatus in latino; Tauresio, 482 – 536) fu Re degli Ostrogoti dal 534 al 536. In precedenza era stato Duca di Tuscia.

William Whiston

William Whiston (Twycross, 9 dicembre 1667 – Kensington, 22 agosto 1752) è stato un filosofo, teologo, matematico, apologeta e astronomo inglese.

Egli è senza dubbio conosciuto per la traduzione delle opere di Flavio Giuseppe, come le Antichità giudaiche, per la sua opera Nuova teoria della Terra e per il suo arianesimo.

Celebri le conferenze pronunciate nel 1708 nel contesto delle "Boyle Lectures" e dedicate al tema della profezia.

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